Il cinema funziona così: se le idee mancano, oppure tardano ad arrivare, prende quelle già pronte. È il caso del cartone animato digitale Astro Boy. Si è attinto dall’opera di Osamu Tezuka, conosciuto in patria con la qualifica di “Dio del manga”. I giapponesi non hanno tutti i torti. A lui si devono: Kimba, il leone bianco che parla con gli esseri umani; la Principessa Zaffiro, costretta a comportarsi come un maschio per aggirare le dure leggi del suo regno; Lilli, la ragazzina che, ingoiando i propri magici bon bon, può trasformarsi nella versione adulta di se stessa o in qualunque animale desideri.Il pubblico italiano conosceva già Astro Boy: la Rai ne ha trasmesso – a suo tempo – la seconda serie, datata 1980, il cui titolo originale è Tetsuwan Atom, («Atom dal pugno di ferro»). La storia, spalmata lungo 52 episodi, è molto semplice: il professor Tenma, scienziato maniacalmente dedito al proprio lavoro, perde l’amatissimo figlio Tobio per colpa di un incidente stradale. Devastato dal rimorso per averlo trascurato, ne trasferisce l’essenza in un robot bambino. Non tarda ad accorgersi della differenza tra il defunto e il simulacro che ne riproduce fattezze e carattere. Tobio 2 è diverso. Oltretutto è stato dotato di potentissime armi. Di qui la (dolorosa) decisione:il novello Frankenstein abbandona la propria creatura, che finisce in un circo. Ochanomizu, saggio collega del padre, lo trova e lo prende con sé. Gli costruisce una famiglia – padre, madre e (pestifera) sorellina – e lo ribattezza Astro Boy. Da questo momento, il robottino si dedica alla lotta contro il Male.
Terminato l’omaggio a Nostra Signora Sintesi, potrebbe essere opportuno chiedersi cosa sia passato dalla serie giapponese all’adattamento americano. Mica tanto, secondo me. Tenma, Tobio e Ochanomizu ci sono. Come pure la morte del bambino e lo strazio del genitore. Cambia l’ambientazione. Siamo a Metro City, futuristica città sospesa tra le nubi e contrapposta al “mondo di sotto”. La Terra è ridotta a pura discarica di rifiuti tecnologici. Lì la gente vive alla buona, tirando a campare tra mille difficoltà. E hanno poco da stare tranquilli. Il guerrafondaio sindaco di Metro City vorrebbe piallare tutto. Ecco perché gli interessa la potentissima energia blu scoperta da Tenma, che la utilizza per alimentare la copia robotica di Tobio. Astro Boy finisce nel “mondo di sotto”, tappa necessaria per chiarire a se stesso quello che è e che vuole essere. Quando lo capisce, torna di sopra e prende a calci il cattivo. Dopo di che, ritrova l’affetto del proprio creatore.
Ora, il film è gradevole, nonostante l’approssimativo doppiaggio di Muccino Junior e del Trio Medusa. E si sorride spesso. Temo, però, sia stato tradito lo spirito dell’opera originale. Elementi quali il dramma di Tenma, l’integrazione del diverso e altri, sono stati appena lambiti. I conti tornano, se consideriamo il seguente dialogo padre-figlio robot, piazzato alla fine della pellicola:
− Sei sicuro di essere pronto per questo, Astro?
− Sono stato creato pronto.
A parte che mi suona vagamente familiare (avete presente Grosso guaio a Chinatown, di John Carpenter?), di una cosa sono sicuro.
Difficilmente sentiremo qualcosa di simile in un cartone animato giapponese.
(Abate Lunare – www.lalunaditraverso.com/abatelunare)





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