La Luna di Traverso - Laboratorio di Narrazioni

Gli amici del Bar Margherita, Pupi Avati, 2009

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Se mai si pensasse ad un suo sequel si svolgerebbe in un ipermercato. Probabilmente. Ma Pupi Avati preferisce descrivere il mondo guardandosi indietro. L’istantanea che ci propone ne “Gli amici del Bar Margherita” ci descrive un’estate degli anni ’50, in un locale di Viale Saragozza - una delle strade più centrali della sanguigna Bologna – cercando di dimostrare una tesi: a cambiare sono i luoghi. Le persone: meno. A dispetto del passare del tempo, infatti, le generazioni finiscono con assomigliarsi più di quanto molti si ostinino, orgogliosamente, a rivendicare. Infatti, quell’estate del 1954, al Bar Margherita, è un’esperienza che assomiglia a molte altre - nello spazio e nel tempo -, momenti che hanno caratterizzato la vita di ciascuno di noi. Ogni spettatore, infatti, potrebbe riconoscersi in uno degli esemplari del branco che frequenta quel ritrovo. Il bestiario di personaggi che vi bazzicano, in effetti, è completo: un tentennante ed acerbo ragazzino(Pierpaolo Zizzi), un affascinante nullafacente (Diego Abatantuono), uno squinternato ninfomane (Gigi Lo Cascio), un antennista cantante (Fabio De Luigi), un timido imbranato (Neri Marcorè), un anziano barbiere infatuato (Gianni Cavina), un abile truffatore (Gianni Ippoliti), e molti altri ancora. La pellicola è frizzante e ricca di aspetti pregevoli. Innanzitutto è impossibile distinguere fra protagonisti e comprimari, i momenti della narrazione si accavallano e divergono con maestria e una spensierata dolcezza, impedendo una netta distinzione fra i ruoli. Il tema narrativo, inoltre, propone una sequela d’innumerevoli e strampalate azioni, omogeneizzate, nella loro sequenza, dal modo ironico e raffinato con cui sono state girate. Il Bar Margherita è il mondo in cui gli amici ricercano la spietata spensieratezza delle loro emozioni. Nella stanzina del bigliardo, luogo comune (in tutti i sensi) della cinematografia del passato, tutto il resto del mondo deve rimanerne al di fuori della soglia(infatti la prima regola dello statuto associativo recita: «…è fatto divieto a ciascun affiliato di portare chicchessia al Bar Margherita»). Entrando in quel luogo sacro i membri del clan perdono la loro identità, è l’unico aspetto che rileva è la quantità e qualità delle emozioni esprimibili. Il filo conduttore della storia è tessuto da un narratore – fuori e in campo -: il giovane acerbo. Un adolescente svogliato ed insicuro, che avrebbe ben poco da spartire col resto del gruppo e che concentra tutte le proprie energie nell’essere accettato nel gruppo. Per realizzare l’obiettivo è disposto anche a truffare. Lo fa e riesce nell’intento, anche se il capobranco (Abatantuono) lo etichetta col soprannome non proprio esaltante di: «coso». Ma a lui poco importa perché è certo che da quel momento gli si aprirà innanzi un modo fantastico e non ne rimarrà deluso. Travolto da una slavina di emozionanti esperienze. In quell’afosa estate bolognese lo stravagante giovanotto dall’accento imperdibile diventerà testimone dell’inebriante bellezza della realtà vissuta in prima persona. Potrà così assistere ad episodi epici. Il siculoninfomane che acquista gli occhiali a raggi ics (chi non li ricorda all’interno de l’Intrepido?) per vedere le nudità delle passanti, scoprire col capobanda la falsa ebbrezza dei night club e il sapore delle lasagnette all’alba, compartecipare ad una delle più machiavelliche trame per dissuadere un balbettante associato a sposarsi, partecipare ad uno dei più esilaranti scherzi all’ambizione artistica di un improbabile antennista rockabilly, seguire la più classica – ma anche pericolosamente sgangherata - delle prove di coraggio automobilistico in una città (semi)deserta, e molte altre ancora. Non che la vita vissuta al Bar Margherita fosse priva di aspetti seri e per certi versi tragici, ma la forza e la bellezza dell’appartenenza al branco aveva quell’alchimia strana e potente da riuscire a piegare qualsiasi avversità all’ottimismo. Perché il vero senso del Bar Margherita è di saper vivere la vita sino in fondo. Sempre e comunque. Un film italiano che ha poco da invidiare a tante produzioni americane. A vederlo si prova un po’ d’invidia, «…ti ricordi com’era bello quando quella volta che…».
 
 
(Denis Zuliani)
 

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