SILENZIO - LUNA DI TRAVERSO N° 26 - EDITORIALE
Il tema del nuovo numero de “La Luna di Traverso” è Silenzio ed è, prima di tutto, un paradosso: per parlarne occorre fare il contrario del suo significato. La grande poetessa Wislawa Szymborska affermava, in un verso emotivamente detonante e rumoroso: Quando pronuncio la parola Silenzio, lo distruggo. Lo è ancor di più se consideriamo che, in natura, il Silenzio non esiste affatto: tutto si muove, per cui tutto genera un suono, percettibile o meno; il silenzio diventa dunque l’intervallo tra un rumore e un altro. Anche in musica, dove l’assenza di suono è una componente fondamentale, il silenzio assoluto non esiste: John Cage, uno dei più grandi studiosi in questo ambito, ci ricorda che anche in una stanza completamente insonorizzata riusciremmo a sentire almeno il battito del nostro cuore. Ma il paradosso, proprio perché in genere è contrario all’opinione comune, ci dà la possibilità di riflettere con attenzione: quanto è importante sentire e quanto è importante il silenzio come condizione dell’ascolto? Ecco cosa abbiamo voluto fare: ascoltare, in silenzio, i vostri silenzi, che voi stessi, scegliendo questo tema fra gli altri presenti sul nostro sito internet, avevate necessità di esprimere. Un bando, forse, difficile, soprattutto pensando ai fotografi e agli illustratori, ma che sicuramente poteva stimolare la vostra interiorità e la vostra mente a tutto tondo. Ma perché “poteva” e non “ha potuto”? Perché anche l’osservazione dei vostri racconti e dei vostri pensieri è stata un piccolo paradosso, forse figlio dell’epoca che stiamo vivendo. I racconti che sono arrivati parlano spesso di silenzi difficili: la ricerca del silenzio nel fragore della malattia; il silenzio della morte; l’incomunicabile silenzio che a volte si crea in un rapporto d’amore; l’obbligo senza scelta della sordità; il silenzio orribile delle guerre; la necessità di silenzio in un mondo assediato dalle parole e dai rumori; il silenzio per concentrarsi e anche il silenzio della natura, di un momento profondo, della pace. Stranamente non viene mai contemplato il silenzio come: comunicazione alternativa, pausa utile per una comprensione profonda, ricchezza, rituale di rispetto collettivo e raccoglimento, protezione legale garantita dalla legge od omertà in risposta alla paura, disciplina spirituale, imposizione religiosa, messaggio o atto linguistico del non dire. Nessun accenno nemmeno alle nuove mode in stile New Age che spesso basano le loro attività proprio sull’assenza di suono e rumore: meditazione in tutte le sue forme e discipline, Silence e Quiet Party, cura del silenzio e quant’altro. Il nostro “paradosso”, dunque, si è formato proprio qui. Siamo partiti da un’aspettativa tematica forse ricca e articolata, ad ampio raggio, pensando a quante cose, parafrasando il concetto stesso, si potessero dire sul silenzio… e siamo arrivati a 8 racconti che rappresentano, invece, un immaginario molto contemporaneo che fotografa perfettamente il “sentire” di oggi: un silenzio rarefatto e molto concentrato sull’individualità personale, un silenzio poco felice e poco positivo e spesso doloroso, non voluto e non cercato, un silenzio che guarda dentro e mai fuori, un silenzio personale. Il “paradosso” ci ha fornito un riscontro molto interessante: la narrativa contemporanea esordiente, nei giovani che sognano e vogliono formarsi scrittori del domani, ha molta difficoltà nel ricercare storie da raccontare, nello scandagliare tematiche e idee, ma ha, forse, la necessità più urgente di individuarsi, di perdersi dentro di sé e lasciare il mondo, intollerante e spesso disumano, fuori. Desolante, se vogliamo, ma è la realtà. Silenziosamente, ci insinuiamo, tra le pause tra un racconto e l’altro, con scatti e disegni che seguono lo stesso percorso, con rubriche che come sempre ci aiutano a spiegare meglio il nostro “sentire” e, a partire da questo numero, con fotografie d’autore che vogliono portare esempi da seguire, tecniche da capire, analisi tematiche su cui riflettere. Marcel Marceau, un grande mimo del Novecento, diceva che « tutte le arti, anche il silenzio, hanno una grammatica, ma prima bisogna sintonizzarsi sull’anima: con il corpo, con il cuore, con lo sguardo». Per cui sedetevi, rilassatevi e… leggete in silenzio.
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Born to be wild everywhere...
«Che c'è di male nella libertà? La libertà è tutto.
Ah sì, è vero: la libertà è tutto, d'accordo... Ma parlare di libertà ed essere liberi sono due cose diverse. Voglio dire che è difficile essere liberi quando ti comprano e ti vendono al mercato. E bada, non dire mai a nessuno che non è libero, perché allora quello si darà un gran da fare a uccidere, a massacrare, per dimostrarti che lo è. Ah, certo: ti parlano, e ti parlano, e ti riparlano di questa famosa libertà individuale; ma quando vedono un individuo veramente libero, allora hanno paura.»
La soma del soma
Quello che l’Arte veramente ci rivela è la mancanza di disegno della Natura, le sue strane asperità, la sua straordinaria monotonia, la sua assoluta incompiutezza.Oscar Wilde Dimenticare Leopardi. Suona bene. Qualcuno potrebbe ricavarne un libro. Magari un film. Teso, impegnato. Non è un imperativo, ci mancherebbe. Prendiamola come una prescrizione. Questo per-ché il poeta recanatese non fa testo: manca di obiettività. Madre Natura non è stata generosa, con lui. Tanto più che lui è uno che porta rancore. A lungo.
O natura, o natura, Perché non rendi poi Quel che prometti allor? Perché di tanto Inganni i figli tuoi?
La Natura possiede senso estetico? Nelle sue creazioni possiamo ritrovare il tocco dell’Artista, l’impronta dell’Artefice? I rapporti fra Arte e Natura sono troppo ambigui. Non c’è chiarezza. Andrebbero filtrati. Come gli infusi. Il sentire comune riconosce due principali tipologie di nudo: quello pornografico e quello artistico. Grezzo e torbido il primo, sommesso e mediato il secondo. Molto dipende dal mediatore, se c’è. Perché è lui che dovrebbe rendere commestibile l’immagine all’osservatore. Ci sono tempi di cottura che vanno rispettati. La domanda è semplice: il nudo riguarda l’Arte, o la Natura? E quali sono gli elementi in base ai quali possiamo stabilire se un “qualcosa” debba essere definito “artistico” oppure “naturale”? Vediamo… se assumo quale sfera di competenza l’Arte, presuppongo l’esistenza di un Artefice. Uno – pittore, fotografo o scultore – che si è preso la briga di mettere insieme ‘sto benedetto “nudo artistico”. E lo ha fatto mettendoci dentro la propria cultura, oltre che la mentalità del periodo storico in cui si trova. Se passiamo dalla parte della Natura, il viluppo s’aggroviglia. Qui siamo costretti a presupporre (e magari a interpellare, anche se non è obbligatorio) un demiurgo non-umano. Madre Natura, in fondo, è un’entità astratta. Come la Befana. Alcuni ci credono ancora, ma sono rimasti in pochi. Il soma non può che affidarsi alla Religione, almeno a giudicare dalla sua etimologia. Fate voi: si parte con «la parte dell’organismo destinata a morire» (e già qui ci sarebbe da innescare i consueti processi scaramantici), passando per l’«onere, impegno grave e arduo», fino ad arrivare alla «spoglia mortale, come peso della carne opposto all’anima immortale». Fragile guscio caduco… in pratica, una seccatura e basta. La religione occidentale, nonostante il verbo biblico che documenta il corpo quale «Tempio di Dio» – e scusate se è poco – considera con un certo fastidio la carne, a vantaggio dell’Ineffabile. Non c’è niente da fare: è un peso che ci tocca portare appresso, specchio (in)fedele e fallace dei patimenti che devastano lo Spirito. Il meglio viene dopo, sempre che un dopo effettivamente ci sia… L’antica religione indiana somatizza secondo altre modalità: il termine soma indica, infatti, «il succo di una pianta usato sacralmente e in grado di conferire la comunione con il mondo divino». I soliti originali. Vogliono sempre distinguersi. Insomma: poche idee, e confuse. È l’ideale. Sono circa tre le categorie che fingono – in senso leopardiano – competenza su nudo e/o creaturalità. Ognuna di esse considera la Perfezione da un differente punto di vista. La Natura non la esclude: per lei, l’armonia delle forme create è condizione sufficiente, ma non necessaria. Se c’è, tanto meglio. In caso contrario, nessuno si lamenta. L’Arte, invece, la richiede, anche se il metro di giudizio dipende molto dal contesto (culturale, storico, morale, e via di questo passo). E la Religione? Be’, ne presuppone l’assenza: come redimere, come bonificare se il dolo non sussiste? Non si è perfetti qui e ora, ma altrove. I necrologi insegnano. Sentite, io mi arrendo. Getto la spugna. Abdico, anche se non so bene in favore di chi. Persisterò coerente e imperterrito nelle mie operazioni meccaniche. Parlo di quelle coscienti: bere, mangiare, digerire, respirare, camminare… perfino smaltire. I guasti non mi preoccupano. C’è sempre il meccanico. (Enrico Cantino)
…meno di un uomo
Ma che importa un’eternità di dannazione a chi trovò in un attimo l'infinito del godimento?Charles Baudelaire. Vorrei rilanciare con un’altra domanda: ma che problemi si poneva, Baudelaire? E non rispondete: quelli di uno che non sa cosa fare tutto il santo giorno. Sareste ingenerosi, con lui. Siamo nei paraggi dei Massimi Sistemi. Roba con cui io e voi non abbiamo mica tanta confidenza. Tempo fa, sfogliavo un mio vecchio quaderno a quadretti dalla copertina grigio-azzurra, marca Fabriano. Ci scrivevo – quando la penna era ancora uno strumento a me famigliare – frasi tratte da scrittori vari. Io leggevo, quelle mi colpivano, e allora le (ri)mettevo nero su bianco. Sfogliavo, dicevo. E a un certo punto, (ri)trovo questa frase di Paul Valèry: «Un uomo che non ha mai tentato di somigliare agli dei, è meno di un uomo». Chi crede, fa presto. Non si pone il problema. Perché dovrei rischiare l'immortalità della mia anima, quando già sono stato creato a Sua immagine e somiglianza? E si accontenta. C’ha le sue ragioni anche lui. Io, però, che credo e non credo, il problema me lo pongo. D’accordo, non entro più in una chiesa da ere geologiche, ma è uno degli effetti collaterali che a volte colpiscono chi ha frequentato una scuola cattolica. Ci ho fatto cinque anni. Qualche segnetto spero me lo vorrete concedere. Comunque devo considerarmi «meno di un uomo»? Non ho mai amato la competizione umana, figuriamoci quella divina. Non ho mai cercato d'avvicinarmi agli Dei, cristiani o pagani che fossero. Non in maniera cosciente, ecco. Mi manca il fisico. Poi, si sa, i numi non vedono di buon occhio l'emulazione. Confrontarsi con loro può portare alla follia. Alla morte. Alla perpetua menomazione di anima e/o corpo. Troppi rischi. Mi conosco. Pigro in partenza. Probabilmente sono pure pavido. O forse no. Se proprio volessi misurarmi con la ricattatoria – e diciamolo… – prescrizione del Dottor Valéry, e impelagarmi in un avvicinamento illimitato alle divinità, dovrei studiarne attentamente gli attributi. In una cosa soltanto posso tentare una (im)probabile somiglianza: la creazione. Creare è un atto divino. Presuppone il niente. Il dio (o la dea) crea qualcosa dove prima nulla c'era. Dal punto di vista filosofico, la creazione viene definita creatio ex nihilo. Appunto: creazione dal nulla. Perdonate la ripetizione, ma non è colpa mia. Mi sono limitato a tradurre letteralmente dal latino. Tornano a galla concetti che credevo tumulati in cantina, nello scatolone dei testi liceali. Parmenide. L'essere è. Il non essere, non è. L'essere non può derivare dal non essere. Scritte così, paiono cosine facili facili. Magari. La creazione umana comporta modalità leggermente differenti. Intanto, l'uomo non è Dio. In più di un'occasione ha dimostrato di ritenersi tale, ma è materia concernente altre discipline (la psichiatria, per esempio). Se, tecnicamente, io fossi Dio, non starei qui a perdere tempo con voi. Invece sono un uomo. E posso creare unicamente partendo da ciò che materialmente già esiste. La creatio ex nihilo mi è preclusa. Il Dizionario Enciclopedico Italiano della Treccani definisce la creazione quale «ideazione, invenzione ed esecuzione materiale di un'opera». Artigiano del Creato, insomma. A volerla semplificare per un attimo, l'arte, che richiede un minimo di fisicità per proporsi come naturale sbocco dell’umana immaginazione, si rispecchia in quella definizione. Con la solita postilla di foscoliana memoria: breve è la vita, e lunga l'arte. L'uomo non ha molto a che fare con l'immortalità, ma può guadagnarsene uno spicchio. Postumo, s'intende. Sempre meglio di niente. Gli artisti lavorano (rendendo talvolta l'anima al Signore, a lavori non ultimati) per iscrivere il proprio nome nell'Albo. Non ci dispiacerebbe infliggere ai posteri un'Impronta possibilmente duratura o addirittura un Esempio. Altra memoria foscoliana:
perché gli occhi dell’uom cercan morendo il Sole.
Abbiate cura dei doni che vi sono stati assegnati, magari per sbaglio. Non sprecateli. Soprattutto, cercate di non voltarvi indietro. È una cattiva abitudine. Chiedete ad Orfeo, se volete conferme. Oppure a John Wayne. L’ha detto anche lui. Però non ricordo in quale film. (Enrico Cantino)
Storia delirante della letteratura: i classici russi
A pagina 126 ho deciso di interrompere la lettura di Delitto e castigo. Io e i russi non andiamo d’accordo evidentemente. Pure con Anna Karenina è andata così. È più forte di me, inizio con i migliori intenti, rimango affascinato dagli incipit, ma poi mi perdo. Quando Raskolnikov fa fuori ad accettate quella vecchia bagascia dell’usuraia ho pensato di trovarmi in un film dei fratelli Cohen. Poi a pagina 126 mi sono rotto le scatole. Ho chiuso il libro e mi sono addormentato. Intendiamoci, non incolpo né Tolstoj, né Dostoevski, né il Cremlino: la colpa deve essere mia. Ciò non toglie che una qualche ragione ci sarà. Così mentre dormo rimugino sulla mia sconfitta. È chiaro come la condizione umana sia centrale nella letteratura russa della fine dell’ottocento. L’azione è poco, è la scintilla, il più della vicenda accade dentro al protagonista. Ma non è questo che mi turba. Se riduciamo tutto all’azione dobbiamo descrivere Il vecchio e il mare come la storia di uno che pesca. La cosa che mal digerisco è l’assenza di sintesi. L’edizione che ho comprato consta 412 pagine, il che vuol dire che ho letto poco più del 30%. In questo 30% tutto è dilatato, attraverso descrizioni e dialoghi che per il lettore contemporaneo - per me senza dubbio - risultano lunghi e dispersivi. Certo, i tempi sono cambiati, ammalati di consumismo e rifiutismo ci siamo assuefatti a ritmi più incalzanti. Basti pensare a quanto dura un’inquadratura cinematografica: mediamente dai sei ai nove secondi per un campo lungo e dai tre ai cinque per un primo piano. Cinema e tv inoltre hanno contribuito ad allargare l’immaginario collettivo. Se parlo di Parigi o del’India o di New York abbiamo tutti delle immagini in mente, anche se non ci siamo mai stati. Ad un bravo autore bastano poche e ben congegniate parole per richiamare quell’immaginario. C’è di più però. Non dobbiamo dimenticarci che Delitto e castigo è nato come romanzo d’appendice. In quel contesto è chiaro che gli scrittori avevano tutto l’interesse a farla lunga. I romanzi d’appendice uscivano a puntate sui giornali: lunghezza uguale più uscite, più uscite più compensi. Deve essere questa alchimia tra assenza d’azione e assenza di sintesi la causa del mio poco amore verso i classici russi del XIX secolo e non, per esempio, verso quelli francesi o americani. I francesi hanno intrecci più complessi, gli americani sono i dei maghi a sintetizzare. Mi giro e mi rigiro nel letto. Sudo. Posso vivere senza leggere i capisaldi della letteratura russa? È possibile che autori che hanno influenzato numerosi scrittori e registi negli ultimi centocinquant’anni a me appassionino fino a pagina 126? Dove sbaglio? Cosa mi manca? Ricompongo in sogno un fatto accadutomi qualche anno fa. Era il 2007, lavoravo in un ufficio comunale che si occupava di cultura. Un giorno mi misi a parlare di libri con una mia collega. Lei mi disse che non leggeva molto, ma che adorava la letteratura russa. «Ora sto leggendo I fratelli Karamazov», mi disse «però ci sto mettendo un po’: l’ho iniziato nel 2001». Mi alzo e vado al computer. Digito su google “leggere letteratura russa” e mi appare la foto di un Cupido morto, un orso addomesticato e Marcello Lippi. Qui la risposta non c’è. Forse è la costanza che mi manca. Oppure ho bisogno di una qualche letteratura-ponte che al momento ignoro. A gettare la spugna però non ci penso proprio. Per riconciliarmi coi russi ordino on-line un’edizione economica de Il cappotto di Nikolaj Vasil'evič Gogol'. Spengo il computer. Cerco il numero della mia ex-collega. Chissà se ha finito I fratelli Karamazov.
(Andrea Cirillo, settesusei.blogspot.com)
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