La Luna di Traverso - Laboratorio di Narrazioni

Cosa legge la Luna

La realtà sognata di Don Delillo: Body Art, l’arte di scrivere.

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“La risposta Postmoderna al Moderno consiste nel riconoscere che il passato, visto che non può essere distrutto, perché la sua distruzione porta al silenzio, deve essere rivisitato: con ironia, in modo non innocente. Penso all'atteggiamento postmoderno come quello di chi ami una donna, molto colta, e che sappia che non può dirle «ti amo disperatamente» perché lui sa che lei sa (e lei sa che lui sa) che queste frasi le ha già scritte Liala. Tuttavia c'è una soluzione. Potrà dire «come direbbe Liala, ti amo disperatamente» . A questo punto, avendo evitata la falsa innocenza, avendo detto che non si può più parlare in modo innocente, costui avrà però detto alla donna ciò che voleva dirle: che la ama, ma che la ama in un'epoca di innocenza perduta”.
(U. Eco da Postille a Il nome della Rosa, in “Alfabeta”, 4, 21, 1983)

Parlare dei romanzi di Don Delillo, per quanto mi riguarda, significa non sapere da che parte iniziare.
Ho scoperto questo autore nel 2005, innamorandomene perdutamente.
All'Università degli Studi di Verona era Marzo e stava iniziando il secondo semestre. Lezione di Letterature Comparate. Il professore al microfono dice: «Libri di questo corso: Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf, Body Art di Don Delillo». La prima sarebbe diventata da lì a poco la mia scrittrice preferita. Il secondo cambiò radicalmente la mia visione della letteratura, aprendomi il mondo del Postmoderno.
Ed è qui che voglio andare a parare, parlando di Delillo; di quella corrente, non solo letteraria, ma anche pittorica e in senso più generale artistica, nata attorno alla metà degli anni Trenta del Novecento e destinata a trovare maggiore forma e autonomia attorno agli anni Sessanta.
Come ha giustamente detto Chiaruzzi, etimologicamente il termine Postmoderno racchiude un senso di posteriorità rispetto al Moderno. Eppure il suo significato non ha nulla a che vedere con il tempo. Non si tratta di qualcosa che viene dopo la modernità, e nemmeno di qualcosa di opposto, o di qualcosa che lo supera. Postmoderno è semplicemente un nuovo modo, diverso, di rapportarsi al Moderno.
È forse però il caso di spendere due parole sia sul concetto di Postmoderno sia su quello di Moderno, per parlare di Body Art di Delillo, e cercherò di farlo citando le idee di letterati che si sono interessati dell'argomento.
Parto da Franco Marenco, che meglio di altri ha saputo con semplicità e chiarezza definire la cosa, parlandone in merito al concetto di “canone letterario”.
Marenco affianca il Moderno alla nascita della cultura di massa, e il Postmoderno all'avvento della società multietnica.
Moderno è per lui quell'atteggiamento volto alla negazione della storia, finalizzata a proporsi come punto di partenza per una storia del tutto nuova (si vedano le avanguardie di fine Ottocento e inizio Novecento).
Il Postmoderno fa un passo in più, e diverso. Non trova senso alle avanguardie, che si ponevano in contrapposizione al passato, alla cosiddetta cultura medievale, perché non percepisce un “dopo” da contrapporre ad un “prima”, o meglio “il prima e il dopo diventano due entità indistinte, e quindi incommensurabili”. Il Postmoderno cerca insomma un nuovo rapporto, sia con il mondo e la società contemporanee, sia con quelle del passato, “accettando le sfide della complessità, della pluralità (...) riscrivendo i criteri dell'identificazione e dell'identità”.
Alla luce di tutto questo cambia anche la figura dell'intellettuale all'interno di queste correnti, e di conseguenza il suo ruolo. Se nel Moderno, nelle avanguardie, lo scrittore si delinea come un “demiurgo” che detiene una “funzione interpretativa” all'interno della società, assistiamo nel Postmoderno ad un deperimento del ruolo intellettuale, non più demiurgo, ma semplicemente Uomo. Questo è in perfetta sintonia con gli assiomi generali del Postmoderno che, come già detto, non vogliono solo contrapporsi a quelli dell'era precedente, quanto più che altro esaltarne i limiti. Così se le avanguardie avevano fortemente creduto nell'uomo e nel progresso, il Postmoderno mette in discussione questo principio illuminista, decentrando e decentralizzando l'uomo, ridimensionando e facendo poi scomparire tutti i suoi punti di riferimento.
Come ha detto Chiaruzzi “si attua il passaggio dal soggetto alienato del mondo moderno al soggetto frammentato del postmoderno: un soggetto con un vissuto schizofrenico che però vive questa condizione in maniera quasi euforica”. E tutto questo non deve stupire, continua Chiaruzzi, in quanto in linea con la complessità della società postmoderna, che rende difficile, a tratti impossibile, la propria auto-definizione e collocazione nel mondo.
E adesso, solo adesso, andiamo a parlare di Body Art, romanzo di Delillo, edito da Bompiani per la prima volta nel 2001. Dire che l'autore sia Postmoderno è sicuramente riduttivo, ma altrettanto sicuramente non errato. Almeno per quanto riguarda questo romanzo, dove troviamo tutti gli elementi della corrente di cui abbiamo parlato.
È la storia di Lauren, body artist di professione che si trova ad affrontare la vita dopo il suicidio del marito Ray, sposato da soli sei mesi. In un tempo indefinito, in una casa sperduta su una costa, immersa nel verde, in cui aleggiano mistero, pace, e strani rumori, i due protagonisti fanno colazione come ogni mattina. È tutta una non-comunicazione; frasi non dette o dette e non capite, tanto che la maggior parte delle loro domande, trovano risposta dall'altra parte con un “cosa?”
Ogni descrizione è fatta per poi essere abbandonata, così come ogni loro gesto, che non sembra trovare un fine, un senso totale.
Si apre così, il romanzo. E prosegue con il necrologio del marito.
Lauren capisce di aver vissuto con uno sconosciuto e affronta il dolore rifugiandosi in un silenzio costante; elabora il lutto con allucinazioni estreme, che si confondono con la realtà. Incontra infatti, nella casa sua e di Ray, un uomo dalle sembianze fanciullesche, che sembra provenire da un mondo lontano, e per il quale le percezioni, le sensazioni, i concetti di linguaggio, di tempo e di spazio sembrano diversissime e lontane da quelle comuni. È uno sconosciuto, tanto quanto il marito, (tanto quanto lei stessa) e che sia vero o immaginario non ha troppa importanza. È una domanda che Lauren non si pone. Tutto ciò che le importa veramente è ritrovare Ray e la sua mente lo fa incontrando quest'uomo che parla con frasi del marito, che riporta, come se fosse un registratore, dialoghi che loro hanno vissuto, o che Lauren è sicura di avere già sentito.
In tutto questo la protagonista usa il proprio corpo, così come fa per lavoro, per oltrepassare l'impedimento e la difficoltà di conoscere realmente chi è, di delineare la propria identità.
Un romanzo breve (o un lungo racconto) che è una storia di percezioni, di una solitudine estrema e di un dolore lacerante, con un linguaggio essenziale e perfetto.
 
(Silvia Pelizzari)
 

“Il tempo sembra passare. Il mondo accade, gli attimi si svolgono, e tu ti fermi a guardare un ragno attaccato alla ragnatela. C'è una luce nitida, un senso di cose delineate con precisione, strisce di lucentezza liquida sulla baia. In una giornata chiara e luminosa dopo un temporale, quando la più piccola delle foglie cadute è trafitta di consapevolezza, tu sai con maggiore sicurezza chi sei”.
Don Delillo, Body Art, Bompiani, 2001.

 

Edmondo De Amicis, Un dramma nella scuola, Sugarco Edizioni, 1994

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A volte la scuola nuoce gravemente alla salute (letteraria) di uno scrittore. Se lo faccia apposta oppure no, è un altro discorso. Possiamo – di sfuggita, però – rilevare quanto siano ingenti i danni prodotti dalla buona fede, la quale come giustificazione adduce sempre e soltanto se stessa.
Esemplifichiamo. Manzoni. Ci hanno messo in testa che I promessi sposi sia l’unica cosa decente che abbia mai scritto. Non entriamo nel merito. Può essere vero, come può pure non esserlo. Fatto sta che non esiste, forse, un’edizione di questo romanzo priva di commento. Il punto, però, è un altro: è passata l’idea che il resto delle sue prose sia roba da poco, o, se preferite, che non meriti grande attenzione. Non ci fanno nemmeno venire voglia di leggerla, insomma.
A Edmondo De Amicis è andata peggio. Lui sì è famoso per un libro e uno soltanto: il famigerato Cuore. Intendiamoci: è gradevole e fila via liscio. Peccato che gli insegnanti lo abbiano svuotato di ogni significato, permettendo che l’Edmondo venisse etichettato come “scrittore per ragazzi”. Una qualifica che in questo paese significa la morte civile, per un autore. I ragazzi da noi non godono di molta stima. Quello che leggono, altrettanto. In passato, hanno appioppato loro – semplificandone barbaramente la complessità – romanzoni come Moby Dick e I viaggi di Gulliver, concepiti per altri destinatari. Morale: se volete liquidare un letterato, spargete la voce che scrive – o si rivolge – alla gioventù, ed è fatta.
De Amicis, però, non è solo “quello che ha scritto Cuore”. E meno male. Sarebbe troppo comodo se le cose stessero così. Ha scritto pure dell’altro. D’accordo, non sarà uno da Premio Nobel, ma si è dato da fare, e nel suo campo è piuttosto bravo.Ha uno stile discreto, è un acuto osservatore, e analizza con cura la psicologia dei personaggi. Qualcosa di suo si trova, in giro. Però bisogna frugare soprattutto nei mercatini dell’usato, da cui emergono vecchi volumi pubblicati da vecchi editori (alcuni dei quali non sono nemmeno sicuro esistano tuttora). Per lo più bozzetti e novelle: Amore e ginnastica, Cinematografo cerebrale, La vita militare, Pagine sparse, La lettera anonima… eccetera, eccetera.
Io, qui, vi caldeggio Un dramma nella scuola. È un “racconto lungo”, come si dice in gergo. Ambientato – come suggerisce il titolo stesso – in una scuola, ma molto diverso da Cuore. Guido Bezzola, nell’introduzione, è piuttosto esplicito: «postosi di nuovo di fronte all’ambiente scolastico reso famoso da Cuore, lo esaminò con molto maggiore severità, quasi con crudeltà, lasciando poche speranze a chi legge circa la possibilità di una vera bontà attiva innata nel genere umano. Qui la narrazione è ambientata in una scuola femminile e le sottili cattiverie, le vere e proprie perfidie, le crudeltà vengon fuori tutte, viste dagli occhi di un personaggio questo sì buono e giusto, la giovane maestra Faustina Galli la quale tuttavia, ben conscia del male, poco può fare per combatterlo.»
Spero d’avervi incuriosito. Cercate questo libercolo (conta poco meno di cento pagine). Trovatelo. Compratelo. E leggetelo.
È l’unico modo per scoprire in De Amicis qualcosa di più rispetto a quello che hanno voluto farci leggere e credere.

(Abate Lunare – www.lalunaditraverso.com/abatelunare)
 

Umberto Galimberti, I miti del nostro tempo, Feltrinelli, 2009

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Uno dei segnali più indicativi del processo che sta portando l’uomo verso il “non essere”, verso un’assenza dal mondo, è il fatto che la tecnica viene sempre più considerata come il “soggetto” della storia e non come semplice “strumento” a disposizione dell’uomo. Inoltre, sta avvenendo una trasformazione antropologica messa in atto dai nuovi mezzi di comunicazione, che si dimostrano formidabili manipolatori di pensiero. L’uomo è sempre più fruitore di immagini che portatore di un pensiero, e a questo segue un “impoverimento del capire”, e un uomo che non capisce è più facilmente manipolabile. Infatti, siamo sempre più portati a guardare la televisione piuttosto che leggere un bel libro. Ma l’inconveniente ancor più grave è la marginalizzazione della realtà “fisica” a favore di quella “virtuale” dovuta all’uso inappropriato che si fa del computer.
Cosa ci sta capitando e come possiamo reagire ce lo spiega Umberto Galimberti in I miti del nostro tempo (pp. 406, € 19, Feltrinelli, Milano 2009). Dall’introduzione al libro leggiamo: “Conosciamo le malattie del corpo, con qualche difficoltà le malattie dell’anima, quasi per nulla le malattie della mente. Eppure, anche le idee della mente si ammalano, talvolta, come le stelle, si spengono. E siccome la nostra vita è regolata dalle nostre idee, di loro dobbiamo aver cura, non tanto per accrescere il nostro sapere, quanto piuttosto per metterlo in ordine”. Già questa prima affermazione potrebbe bastare a farci riflettere su come le nostre aspirazioni siano sempre più monopolizzate da idee che non sono quelle che pensiamo, dettate dalla logica, ma quelle che ci possiedono, attecchite nel fondo della nostra anima, che Galimberti chiama miti. Ci lasciamo governare da questo tipo di idee per comodità, perché ci facilitano la vita, allontanando l’inquietudine del dubbio. Ma senza il dubbio come possiamo “essere”? Senza pensare come pretendiamo di “esistere”? Cogito ergo sum (penso dunque sono) fu l’intuizione di Cartesio. Noi vogliamo davvero barattare l’esistenza, il nostro essere presenti al mondo, con un po’ di tranquillità? A questo proposito Galimberti ci suggerisce: “Per recuperare la nostra presenza al mondo, una presenza attiva e partecipe, dobbiamo rivisitare i nostri miti, sia quelli individuali sia quelli collettivi, dobbiamo sottoporli a critica, perché i nostri problemi sono dentro la nostra vita, e la nostra vita vuole che si curino le idee con cui la interpretiamo”.
Allora l’amore materno, l’identità sessuale, la giovinezza, la felicità, l’intelligenza, la moda, il potere, la psicoterapia, la follia, come anche la tecnica, le nuove tecnologie, il mercato, la crescita, la globalizzazione, il terrorismo, la guerra, la sicurezza, la razza, sono, secondo Galimberti, i miti del nostro tempo, cioè idee che più di altre ci pervadono e ci plasmano come individui e come società, facendo scomparire la soggettività, con la conseguente perdita del mondo interiore e della libertà. Questi sono i temi che nel libro vengono analizzati e, citando pensieri di importanti studiosi dell’esistenza umana, tra i quali Platone, Kant, Hegel, Nietzsche, Freud e Heidegger, vengono forniti vari spunti critici e riflessivi.    
Leggere il libro di Umberto Galimberti è un’esperienza esplorativa e, oserei dire, terapeutica, perché mettendo l’accento su problematiche che attanagliano la nostra vita ci rende consapevoli degli errori, spingendo, di conseguenza, le menti verso un forte desiderio di autocritica.  
 
(Giuseppe 'Peps' Fanelli - L'avvolgo, Gemma Lanzo Editore)
 
 
 

Alessandro D’avenia, Bianca come il latte rossa come il sangue, Mondadori, 2010

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Ne hanno tutti parlato come il nuovo Paolo Giordano, che nel 2009 aveva conquistato il mercato letterario italiano con il suo libro La solitudine dei numeri primi, non senza critiche feroci.
È questo il peso “commerciale” che ha addosso lo scrittore palermitano, trapiantato prima a Roma e poi a Milano, dove insegna italiano e latino al liceo.
Il suo romanzo d’esordio ha una copertina che attira come quella di Giordano, un titolo che incuriosisce proprio come quello del suo predecessore e la “macchina” Mondadori che di nuovo attua tutte le strategie di mercato e di marketing in suo possesso.
Già giorni prima dell’uscita del romanzo, settimanali e quotidiani nazionali versavano per lui inchiostro positivo, preparando la strada alle vendite.
Eppure il libro convince a metà, almeno la sottoscritta.
La storia, raccontata in prima persona vede il protagonista sedicenne, Leo, alle prese con la tipica rabbia adolescenziale nei confronti della scuola, della famiglia, del mondo fuori dalla sua stanza e dalla sua stretta cerchia di amicizie. Parla con una voce giovane e acerba; con un linguaggio “mocciano” non senza cadute di stile, giustificati però dal fatto che il punto di vista è proprio quello, il sedicenne ribelle che altra voce non può avere.
«Sono nato il primo giorno di scuola, cresciuto e invecchiato in soli duecento giorni» dice Leo, alle prese con un amico così diverso da lui, una confidente per lui àncora di salvezza, un primo amore non ricambiato a cui tutto ruota attorno. Beatrice ha capelli rossi come il sangue e il sangue bianco come tutto ciò che Leo aborre, come la paura, i pensieri negativi, che sono di quel “non colore” da cui lui vorrebbe riuscire a scappare. Innamorato a distanza di questa ragazza così perfetta, Leo inizia ad adorarla e ad escogitare un modo per avvicinarla, convinta che lei sia la risposta a tutto, il suo sogno di felicità; ma quando scopre che è malata di leucemia (e Leo, che fa il Liceo Classico, ci spiega bene come Leukos significhi “bianco”, parola da cui deriva “luce”, e Aima “sangue”, e come dalla comunione di questi due termini nasca la malattia della sua amata, caratterizzata da “sangue bianco”) cresce improvvisamente, si scontra con la caducità delle cose e della vita, iniziando un percorso interiore e personale che lo porta a vedere tutto con occhi diversi. Accanto a lui un insegnante supplente soprannominato “Il sognatore” che lo guida in questo percorso di crescita fisica ed emotiva, comunicando con lui con storie a volte reali a volte tratte dai libri; la migliore amica Silvia che vorrebbe di più ma che lo assiste e lo salva da ogni pensiero terribile; una chitarra che pare essere l’unico strumento di espressione per questo suo mondo interiore soffocato.
La storia non è una brutta storia, anzi. Convince poco l’idea della prima persona, il linguaggio adolescenziale troppo comodo da usare. Non a caso il romanzo fa un salto di qualità proprio nel momento in cui la scrittura cambia, ovvero quando il personaggio cresce e con lui i suoi pensieri.
Rimangono però 250 pagine che si leggono in fretta, senza infamia e senza lode, che lasciano forse poco al lettore, nemmeno uno spunto di riflessione su cui rimuginare la sera prima di andare a letto.
Mi riesce difficile credere che sia il romanzo Mondadori che la casa editrice vuole candidare al Premio Strega 2010.
Detto questo visto il dibattito che si creerà attorno al suo autore e a questo romanzo, forse vale la pena leggerlo, senza farsi imboccare dalle critiche entusiaste, bensì creando un proprio parere indipendente dai dati di vendite, dai premi nazionali, dalle copertine ammiccanti.
 
(Silvia Pelizzari)
 

 

Una canzone per Castor, Besa Editrice, Mari Cavalli e Will_be, 2009

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Le sensazioni difficilmente tradiscono. Iniziata la lettura m’è sembrato di rivivere l’esperienza di quando decisi di affrontare i fondi di  Repubblica di Franco Cordero, autore che già conoscevo come accademico e  fine giurista. Non troppo diverso, del resto, da quando cercai (con esito parziale) di decodificare “Quel pasticciaccio brutto di via Merulana”, di Gadda. Una fatica immane. Ma, talvolta, il rischio di perdere qualcosa di valore si cela dietro al tentativo di scansare le sfacchinate. Cordero, in effetti, chiarì perfettamente il concetto in uno dei suoi articoli. Sintetizzo con parole mie (non sarei certo in grado di usare il suo lessico forbito): voglio scrivere difficile perché solo a chi ha la curiosità e volontà di seguirmi e di cercare di capirmi posso fare un dono così importante. Insomma: (spesso) solo la fatica ci consente di crescere. E l’ipotesi è vera anche per il peso della più terribile delle tragedie. “Una canzone per Castor”, di Mariangela Cavalli e Will_Be, non è un libro facile. Io lo definirei un libro invernale, perché, da lettore rigidamente meteoropatico, è nelle stagioni fredde che riesco, più e meglio, a concentrarmi. Un libro non facile ma estremamente denso. Denso perché intriso di vissuto e niente è più consistente della realtà, che spesso è più crudele e spietata di qualsiasi finzione narrativa.  È un libro che non va affrontato con la voracità di volerlo finire in una notte, ma che va assaporato lentamente e ruminato a lungo. L’apertura è affidata ad una domanda (e se forse un’esortazione?): «Posso parlarti?». Già! Perché forse parliamo troppo poco, o – più spesso – lo facciamo a vanvera, senza dirci ciò che è veramente importante. Senza veramente essere noi stessi fino in fondo (con un po’ di snob si direbbe oggi: senza fare outing), preferendo incorrere in terribili errori, come (cercare d’)essere come ci vorrebbero i nostri cari ed ereditare lo stesso difetto proiettandolo sulle generazioni future. Tutto, del resto, sembra funzionare comunque. Ma alla lunga il meccanismo si logora. E il senso delle tragedie è, forse, proprio quello di costringerci a riconsiderare la nostra direzione. Talvolta, però, il prezzo è elevatissimo. Così eccessivo che sarebbe immorale non riuscire a capitalizzarlo in qualche modo. Così un’inedita coppia di amici - una madre straziata e un giovane ragazzo - distrutti da un lacerante dolore, riescono a testimoniare nel libro la loro singolare amicizia. Un’esperienza che, come tutte le relazioni autentiche, rappresenterà un arricchimento, prima di tutto per gli autori, ma non solo. Perché, volendole cogliere, nel libro c’è l’intero campionario delle emozioni nella loro forma più profondamente virtuosa. È un libro che parla di amore, amicizia, passione, ma anche di denuncia, rabbia, orgoglio; della vita concreta, insomma. Un’esperienza che dovremmo veramente cercare di allontanare dai meccanismi di sopravvivenza con cui spesso ci muoviamo nel quotidiano. Lo stile utilizzato dagli autori è assolutamente originale. Non tanto nella sua forma assoluta – in effetti, con un’approssimativa sintesi, si tratta di un fitto scambio epistolare -, quanto nella modalità, viscerale e sincopata, con cui la codifica scelta dagli autori è riportata su carta. Uno stile lirico che ricorda una prosa poetica, ma è molto più graffiante ed intensa. E anche se talvolta si fa un po’ fatica a seguire il dettaglio - perché la punteggiatura spesso è carente, o assente, oppure talvolta così bizzarra da spiazzare anche il lettore più voracemente attento -, difficilmente si perde di vista il ragionamento complessivo.
Ma più di ogni altra descrizione, o commento valgono alcuni stralci, strappati qua e là, senza una logica precisa.  
«Ti voglio bene come un’onda». «Non siamo preparati. Le cose accadono di fianco a noi, ci sfiorano. E noi lasciamo perdere, convinti che non ci riguardano». «Parlare fa paura, ma è più pericoloso non parlare».  
Chiunque abbia davvero voglia di tentare di capire ha la possibilità di farlo. Lo deve volere. E sono sicuro che Mariangela Cavalli e Will_be (ma non solo loro) si augurano che molti di noi possano decidersi risparmiandosi la pena di un dolore lacerante ed inumano come quello che hanno provato e provano. Non è un libro facile, ma non per questo dovreste evitarlo.
«Perché la nostra sola difesa è vivere».    
 
Il sito della casa editrice con le biografie degli autori: www.besaeditrice.it
Il sito di Will_be: www.claustroscontro.com
 
(Denis Zuliani)
 
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