Posted in Cinema on Maggio 19, 2010 by Administrator
Un giovane che ha vissuto il dolore della guerra e la gioia del boom economico, un uomo che ha avuto il coraggio di rischiare per i propri i ideali e un grande autore che, anche da adulto, non smette mai di confrontarsi con il passato. «La mia generazione ha visto e vissuto cose che i giovani d'oggi neanche si immaginano - racconta Pupi Avati - quello che interessa, ora, è solo il presente».
Cosa è cambiato oggi da quando era giovane? Nel mio Dna, come in quello dei miei coetanei, c'è la guerra, la fame, la fatica del lavoro. Ma anche la felicità del boom economico e della Liberazione. Tutte esperienze che ci hanno dotato di uno sguardo più aperto, che ci spingeva ad intraprendere percorsi individuali, che magari potevano sembrare impossibili.
Un coraggio che oggi sembra assente. Il problema è che oggi si tende a condividere, a riconoscere qualcosa che accomuni. È quella che chiamano globalizzazione, o massificazione. Una cosa che mi spaventa: essere uno dei tanti, un numero.
 Vale lo stesso anche nell'arte e nel cinema? In un certo senso sì. Si cercano consensi per allargare i consumi, e poi c'è anche una produzione di pessimismo “tossico” che scoraggia i giovani nel pensare a se stessi con sguardo autonomo. Ed è anche colpa nostra, in un certo senso, che abbiamo cercato di deresponsabilizzare i nostri figli, mentre ognuno di noi è portatore di un talento, ogni persona è portatrice di un'identità che la responsabilizza. Diversamente da oggi, in cui i giovani sono visti come possibili acquirenti o consumatori, la mia generazione è cresciuta nell'indifferenza generale, stava a noi cercare una strada e un'identità.
Quello che manca dunque è uno sguardo sul passato? Sì, ma anche sul futuro. Oggi si pensa sempre al presente, a quello che conviene di più. È per questo che nel mio cinema e in quello che racconto c'è sempre la comparazione con il passato. Non solo ne Il papà di Giovanna, che racconta di un'epoca passata, ma anche nel lavoro successivo, Gli amici del bar Margherita, ambientato ai giorni nostri, è importante il valore di quello che è stato. I giovani di oggi invece ne sono privi, come anche della capacità di avventurarsi da soli in un'idea, di credere nella vita. Non c'è più l'ideale, il sogno è stato cancellato. Una volta si diceva “per sempre”. Le passioni, la musica, l'amore, erano “per sempre”, che è un avverbio che non esiste, ma che dicevamo con facilità, e che oggi, invece, nessuno usa più.
I libri di Pupi Avati, usciti per la Mondadori: librimondadori.it/pupiavati La sua biografia, uscita nel 2008 per Il Margine Editore: Sotto le stelle di un film L'ultimo film di Pupi Avati, Il figlio più piccolo, 2010
(Silvia Bia – “Informazione di Parma”, dicembre 2008)
Tags: futuro, presente, passato, scrittore, regista, sceneggiatore, Pupi Avati, raccontare, identità, Italia, contemporaneo, Uomo, società, cinema, storia, Arte, Racconto
Posted in Fotografia on Maggio 11, 2010 by Administrator
Massimo Siragusa è il nuovo tassello inserito in quella che sta diventando una mappatura della fotografia contemporanea. Un'eterogeneità in cui il colore si trasforma nel tempo assumendo significazioni precise; anche il soggetto cambia velocemente: i luoghi del divertimento e il sacro, l'abbandono industriale e quello sociale. Una realtà che lascia l'uomo spesso dietro le quinte restituendo un'apparizione d'oggetti e di spazi.
In che modo la sua personalità può e si deve confrontare con un’eventuale committenza? Io credo che ogni fotografo, in quanto autore, debba rispondere alle richieste della committenza partendo proprio dallo stile personale. Ciò non significa, però, fare quello che si vuole e come si vuole. Significa,invece, provare a capire e a rendere proprie le esigenze del cliente, interpretandole secondo il proprio stile. Oggi, poi, il fotografo non viene quasi mai scelto a caso, ma viene chiamato a svolgere un lavoro in funzione della propria sensibilità.
Per quale motivo predilige l’utilizzo del colore? E perché quel particolare colore? Come riesce ad ottenerlo a livello pratico? Ho cominciato da subito ad essere affascinato dalla magia del colore, dopo avere scoperto Ernest Haas e Alex Webb. Il mio modo di concepire l’uso del colore è mutato con il passare degli anni, così come sono cambiato io stesso. Da quasi cinque anni la mia ricerca si è concentrata sull’uso di colori pastello, chiari, quasi evanescenti. Li ottengo sovra esponendo in fase di scatto e poi bilanciando in post-produzione. È anche importante scegliere le ore giuste del giorno, ed evitare il controluce.
Quale importanza assume nel suo lavoro l’esempio di un maestro come Ghirri? Ghirri è stato un grande maestro, ancora oggi insuperato. La poesia, la delicatezza e l’armonia delle sue foto restano, per me, un punto di riferimento fisso.
In molti suoi lavori ad esempio “Solo in Italia” e “Roma”, per citarne alcuni, l’uomo compare solo se necessario a caratterizzare un’area, ma anche in questi casi ci appare sospeso, quasi rarefatto, forse metafisico, per quale motivo? Con il passare del tempo ho sentito sempre più il bisogno di concentrarmi sui luoghi, piuttosto che sulle persone. Questo perché credo nella forza e nell’importanza del luogo come protagonista, credo nella sua capacità di raccontare storie ed emozioni. Quando appare l’uomo è solo una comparsa che percorre lo spazio fugacemente, con un senso di precarietà. Analizzando i lavori “Bassi Napoli” e “Fondo Fucile” mi vengono in mente alcuni scatti di interni di Walker Evans, quelli per intenderci dell’Alabama degli anni trenta. In questi casi Evans parlava di “composizione inconsapevole” in quanto luoghi trovati e bloccati; condivide questa interpretazione? Quale è l’intervento del fotografo? Condivido in pieno questa interpretazione. Quando lavoro sugli interni è il luogo che mi guida, io mi limito a scattare. Non faccio nessun intervento. Pretendo, anzi, che tutto - oggetti, giornali, piatti… - resti esattamente come si trova. L’idea è di bloccare la realtà esattamente come appare in un determinato momento, senza alcuna influenza da parte del fotografo.
Vorrei ritornare al discorso sul colore e al lavoro “Fondo fucile”. Questo progetto indaga un’area italiana in cui si può con diritto parlare di favelas (luogo tra l’altro poco conosciuto al resto del paese), quindi il sua lavoro fotografico inevitabilmente assume un carattere d’inchiesta e di denuncia. Non crede che un uso esasperato del colore possa distanziare l’immagine dal reale? Quale era il suo obiettivo? Questa è una buona domanda… io sono consapevole di camminare sopra un filo sottilissimo, in bilico tra l’esigenza di raccontare e denunciare una situazione complessa e difficile, e la necessità assoluta - che sento molto forte - di farlo mantenendo una mia identità precisa. Io credo che il rapporto che ho instaurato con i proprietari e gli inquilini delle case che ho fotografato, il pieno rispetto delle loro esigenze e dei luoghi che ho visto, mi abbia posto al riparo da una possibile accusa di “spettacolarizzazione”. Ogni fotografo, d’altra parte, deve lavorare partendo dal proprio punto di vista e dalla propria poetica; sempre.
Spesso lavora su luoghi abbandonati, ricordiamo “Sleeping Sulphur” e “Via della lana”, crede che essi abbiano una propria intrinseca capacità narrativa? In che modo li affronta? Sono letteralmente affascinato dai luoghi abbandonati e dall’archeologia industriale. Per me è come fare un viaggio nella memoria alla ricerca di tracce, colori e odori. Ogni volta mi piace perdermi, girare all’interno di questi vecchi edifici, fare correre la fantasia, prendermi il tempo per poter pensare. Dopo ogni viaggio ritorno stanco ma rigenerato.  [In ordine di apparizione: foto n°1 tratta da "Leisure time", foto n°2 tratta da "Fondo Fucile", foto n°3 tratta da "Need for a Miracle". Tutte le fotografie sono per Gentile Concessione di Massimo Siragusa ©Massimo Siragusa. Tutti i diritti riservati. ]
(Intervista a cura di Andrea Tinterri) BIOGRAFIA Nato a Catania, Massimo Siragusa è rappresentato dall’agenzia Contrasto dal 1989. Le sue fotografie sono state pubblicate sulle più importanti riviste e giornali internazionali: NEW YORK TIMES MAGAZINE, TIME, NEWSWEEK, EL PAIS, DIE ZEIT, TRAVEL LEISURE, GEO, LE FIGARO MAGAZINE, THE NEWYORKER, MERIAN, “D”DI REPUBBLICA, MARIE CLAIRE, VANITY FAIR, IO DONNA, AND US NEWS. Inoltre ha firmato campagne pubblicitarie per LAVAZZA, IGP, KODAK, ENI, COMUNE DI ROMA, ATAC/ROMA, AEROPORTI DI MILANO, BAT ITALIA, REGIONE LOMBARDIA, ALFA ROMEO, BNL, PROVINCIA DI MILANO, TOYOTA, AUDITORIUM DI ROMA.
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