Posted in Cinema on Maggio 19, 2010 by Administrator
Un giovane che ha vissuto il dolore della guerra e la gioia del boom economico, un uomo che ha avuto il coraggio di rischiare per i propri i ideali e un grande autore che, anche da adulto, non smette mai di confrontarsi con il passato. «La mia generazione ha visto e vissuto cose che i giovani d'oggi neanche si immaginano - racconta Pupi Avati - quello che interessa, ora, è solo il presente».
Cosa è cambiato oggi da quando era giovane? Nel mio Dna, come in quello dei miei coetanei, c'è la guerra, la fame, la fatica del lavoro. Ma anche la felicità del boom economico e della Liberazione. Tutte esperienze che ci hanno dotato di uno sguardo più aperto, che ci spingeva ad intraprendere percorsi individuali, che magari potevano sembrare impossibili.
Un coraggio che oggi sembra assente. Il problema è che oggi si tende a condividere, a riconoscere qualcosa che accomuni. È quella che chiamano globalizzazione, o massificazione. Una cosa che mi spaventa: essere uno dei tanti, un numero.
 Vale lo stesso anche nell'arte e nel cinema? In un certo senso sì. Si cercano consensi per allargare i consumi, e poi c'è anche una produzione di pessimismo “tossico” che scoraggia i giovani nel pensare a se stessi con sguardo autonomo. Ed è anche colpa nostra, in un certo senso, che abbiamo cercato di deresponsabilizzare i nostri figli, mentre ognuno di noi è portatore di un talento, ogni persona è portatrice di un'identità che la responsabilizza. Diversamente da oggi, in cui i giovani sono visti come possibili acquirenti o consumatori, la mia generazione è cresciuta nell'indifferenza generale, stava a noi cercare una strada e un'identità.
Quello che manca dunque è uno sguardo sul passato? Sì, ma anche sul futuro. Oggi si pensa sempre al presente, a quello che conviene di più. È per questo che nel mio cinema e in quello che racconto c'è sempre la comparazione con il passato. Non solo ne Il papà di Giovanna, che racconta di un'epoca passata, ma anche nel lavoro successivo, Gli amici del bar Margherita, ambientato ai giorni nostri, è importante il valore di quello che è stato. I giovani di oggi invece ne sono privi, come anche della capacità di avventurarsi da soli in un'idea, di credere nella vita. Non c'è più l'ideale, il sogno è stato cancellato. Una volta si diceva “per sempre”. Le passioni, la musica, l'amore, erano “per sempre”, che è un avverbio che non esiste, ma che dicevamo con facilità, e che oggi, invece, nessuno usa più.
I libri di Pupi Avati, usciti per la Mondadori: librimondadori.it/pupiavati La sua biografia, uscita nel 2008 per Il Margine Editore: Sotto le stelle di un film L'ultimo film di Pupi Avati, Il figlio più piccolo, 2010
(Silvia Bia – “Informazione di Parma”, dicembre 2008)
Tags: futuro, presente, passato, scrittore, regista, sceneggiatore, Pupi Avati, raccontare, identità, Italia, contemporaneo, Uomo, società, cinema, storia, Arte, Racconto
Posted in Fotografia on Maggio 11, 2010 by Administrator
Massimo Siragusa è il nuovo tassello inserito in quella che sta diventando una mappatura della fotografia contemporanea. Un'eterogeneità in cui il colore si trasforma nel tempo assumendo significazioni precise; anche il soggetto cambia velocemente: i luoghi del divertimento e il sacro, l'abbandono industriale e quello sociale. Una realtà che lascia l'uomo spesso dietro le quinte restituendo un'apparizione d'oggetti e di spazi.
In che modo la sua personalità può e si deve confrontare con un’eventuale committenza? Io credo che ogni fotografo, in quanto autore, debba rispondere alle richieste della committenza partendo proprio dallo stile personale. Ciò non significa, però, fare quello che si vuole e come si vuole. Significa,invece, provare a capire e a rendere proprie le esigenze del cliente, interpretandole secondo il proprio stile. Oggi, poi, il fotografo non viene quasi mai scelto a caso, ma viene chiamato a svolgere un lavoro in funzione della propria sensibilità.
Per quale motivo predilige l’utilizzo del colore? E perché quel particolare colore? Come riesce ad ottenerlo a livello pratico? Ho cominciato da subito ad essere affascinato dalla magia del colore, dopo avere scoperto Ernest Haas e Alex Webb. Il mio modo di concepire l’uso del colore è mutato con il passare degli anni, così come sono cambiato io stesso. Da quasi cinque anni la mia ricerca si è concentrata sull’uso di colori pastello, chiari, quasi evanescenti. Li ottengo sovra esponendo in fase di scatto e poi bilanciando in post-produzione. È anche importante scegliere le ore giuste del giorno, ed evitare il controluce.
Quale importanza assume nel suo lavoro l’esempio di un maestro come Ghirri? Ghirri è stato un grande maestro, ancora oggi insuperato. La poesia, la delicatezza e l’armonia delle sue foto restano, per me, un punto di riferimento fisso.
In molti suoi lavori ad esempio “Solo in Italia” e “Roma”, per citarne alcuni, l’uomo compare solo se necessario a caratterizzare un’area, ma anche in questi casi ci appare sospeso, quasi rarefatto, forse metafisico, per quale motivo? Con il passare del tempo ho sentito sempre più il bisogno di concentrarmi sui luoghi, piuttosto che sulle persone. Questo perché credo nella forza e nell’importanza del luogo come protagonista, credo nella sua capacità di raccontare storie ed emozioni. Quando appare l’uomo è solo una comparsa che percorre lo spazio fugacemente, con un senso di precarietà. Analizzando i lavori “Bassi Napoli” e “Fondo Fucile” mi vengono in mente alcuni scatti di interni di Walker Evans, quelli per intenderci dell’Alabama degli anni trenta. In questi casi Evans parlava di “composizione inconsapevole” in quanto luoghi trovati e bloccati; condivide questa interpretazione? Quale è l’intervento del fotografo? Condivido in pieno questa interpretazione. Quando lavoro sugli interni è il luogo che mi guida, io mi limito a scattare. Non faccio nessun intervento. Pretendo, anzi, che tutto - oggetti, giornali, piatti… - resti esattamente come si trova. L’idea è di bloccare la realtà esattamente come appare in un determinato momento, senza alcuna influenza da parte del fotografo.
Vorrei ritornare al discorso sul colore e al lavoro “Fondo fucile”. Questo progetto indaga un’area italiana in cui si può con diritto parlare di favelas (luogo tra l’altro poco conosciuto al resto del paese), quindi il sua lavoro fotografico inevitabilmente assume un carattere d’inchiesta e di denuncia. Non crede che un uso esasperato del colore possa distanziare l’immagine dal reale? Quale era il suo obiettivo? Questa è una buona domanda… io sono consapevole di camminare sopra un filo sottilissimo, in bilico tra l’esigenza di raccontare e denunciare una situazione complessa e difficile, e la necessità assoluta - che sento molto forte - di farlo mantenendo una mia identità precisa. Io credo che il rapporto che ho instaurato con i proprietari e gli inquilini delle case che ho fotografato, il pieno rispetto delle loro esigenze e dei luoghi che ho visto, mi abbia posto al riparo da una possibile accusa di “spettacolarizzazione”. Ogni fotografo, d’altra parte, deve lavorare partendo dal proprio punto di vista e dalla propria poetica; sempre.
Spesso lavora su luoghi abbandonati, ricordiamo “Sleeping Sulphur” e “Via della lana”, crede che essi abbiano una propria intrinseca capacità narrativa? In che modo li affronta? Sono letteralmente affascinato dai luoghi abbandonati e dall’archeologia industriale. Per me è come fare un viaggio nella memoria alla ricerca di tracce, colori e odori. Ogni volta mi piace perdermi, girare all’interno di questi vecchi edifici, fare correre la fantasia, prendermi il tempo per poter pensare. Dopo ogni viaggio ritorno stanco ma rigenerato.  [In ordine di apparizione: foto n°1 tratta da "Leisure time", foto n°2 tratta da "Fondo Fucile", foto n°3 tratta da "Need for a Miracle". Tutte le fotografie sono per Gentile Concessione di Massimo Siragusa ©Massimo Siragusa. Tutti i diritti riservati. ]
(Intervista a cura di Andrea Tinterri) BIOGRAFIA Nato a Catania, Massimo Siragusa è rappresentato dall’agenzia Contrasto dal 1989. Le sue fotografie sono state pubblicate sulle più importanti riviste e giornali internazionali: NEW YORK TIMES MAGAZINE, TIME, NEWSWEEK, EL PAIS, DIE ZEIT, TRAVEL LEISURE, GEO, LE FIGARO MAGAZINE, THE NEWYORKER, MERIAN, “D”DI REPUBBLICA, MARIE CLAIRE, VANITY FAIR, IO DONNA, AND US NEWS. Inoltre ha firmato campagne pubblicitarie per LAVAZZA, IGP, KODAK, ENI, COMUNE DI ROMA, ATAC/ROMA, AEROPORTI DI MILANO, BAT ITALIA, REGIONE LOMBARDIA, ALFA ROMEO, BNL, PROVINCIA DI MILANO, TOYOTA, AUDITORIUM DI ROMA.
Tags: raccontare, identità, Italia, Luigi Ghirri, Massimo Siragusa, Alex Web, Ernest Haas, colore, contemporaneo, società, mondo, viaggi, fotografia, Arte, Racconto
Posted in Cinema on Aprile 28, 2010 by Administrator
 Una notizia da una rivista amica della Luna! Sta per uscire il nuovo numero (5°) della rivista cinematografica Moviement (Gemma Lanzo Editore) dedicata al grande Tarantino. Dopo il successo del n°4 dedicato agli Horror made in Italy, la collana Moviement dedica il nuovo numero in uscita a maggio al grande Quentin Tarantino. Regista, attore, sceneggiatore, produttore, sponsor convinto di un’idea di cinema capace di coniugare “alto” e “basso”, i film di Godard con quelli di Lucio Fulci, Quentin Tarantino è forse l’unico e autentico total film-maker degli ultimi due decenni. Basterebbe sgranare la lista dei suoi film, da Le Iene (1992) a Bastardi senza gloria (2009), per comprendere quanto la cifra stilistica tarantiniana abbia influenzato enormemente il gusto spettatoriale delle nuove generazioni. Se Pulp Fiction (1994) ha contrassegnato buona parte dell’estetica cinematografica (e non solo) degli anni novanta, lo stesso si può dire di Kill Bill (Volume I e 2, 2003, 2004), straordinario esempio di reinvenzione cinematografica nel riciclare in una perfetta sintesi “autoriale” le cosiddette “pratiche basse” del cinema e della cultura popolare. Il quinto numero di Moviement cercherà di fare il punto sul fenomeno Tarantino e sulla sua arte attraverso i contributi di autorevoli studiosi italiani e stranieri che non hanno esitato a confrontarsi con un vero e proprio oggetto di culto. Non perdetevela!
Moviement n°5 – Quentin Tarantino A cura di Gemma Lanzo e Costanzo Antermite
Formato: 21 x 29,7 Pagine: 96 Prezzo: 12 euro ISBN: 978.88.904002.4.7 Uscita: Maggio 2010 Editore: Gemma Lanzo Editore, Manduria (Ta)
Gemma Lanzo Editore è una nuova casa editrice specializzata in critica cinematografica. Nasce nel 2008 a Manduria, una ridente cittadina in provincia di Taranto, terra del buon vino, in particolar modo del primitivo. Gemma Lanzo Editore, nata dalle menti di Costanzo Antermite e Gemma Lanzo, due critici e studiosi di cinema, si propone subito come casa editrice specializzata in cultura cinematografica dando il via ad una collana denominata Moviement (www.moviementmagazine.com) che si differenzia dalle altre pubblicazioni sia dal punto di vista estetico (formato quaderno, copertine monocolore) sia - soprattutto - per un particolare approccio alla critica cinematografica. Con un inizio folgorante direi: la prima monografia pubblicata sotto questa etichetta è dedicata al grande e inimitabile regista - sceneggiatore, musicista, pittore - David Lynch, autore di capolavori del cinema quali The Elephant Man (1980), Velluto blu (1986), Una storia vera (1999), Mulholland Drive (2001), oltre alla serie televisiva I segreti di Twin Peaks (1990-1991). Il libro è composto da una serie di saggi, articoli ed interviste su i vari aspetti che caretterizzano la produzione dell'eclettico regista di Missoula, oltre ad un ricca galleria di fotografie in bianco e nero. Non perdetevi questo numero, dunque! I libri della Gemma Lanzo Editore sono distribuiti da NdA (www.ndanet.it). Su internet lo potete trovare su www.moviementmagazine.com e sul loro interessantissimo blog gemmalanzoeditore.blogspot.com e pure su Myspace www.myspace.com/kinemazineAncora Stay connected :-)
Posted in Fotografia on Aprile 03, 2010 by Administrator
Proseguendo il percorso all’interno delle diverse problematiche della fotografia abbiamo intervistato Vasco Ascolini, un famoso fotografo attivo fin dagli anni Sessanta nel panorama artistico italiano. In questo caso abbiamo cercato d’affrontare un discorso che potesse interessare sia l’aspetto narrativo sotteso al suo lavoro, sia aspetti propriamente tecnici come la stampa che spesso diventa linguaggio e interpretazione di poetica. I suoi progetti spaziano dalla fotografia di teatro alla scultura, dalla città ad interventi diretti sul supporto sensibile; apertura che rispecchia anche l’area geografica interessandosi sia all’Italia sia, in particolare, ai luoghi della cultura francese.
Ogni fotografia ha una propria unità narrativa o funziona da tassello per un lavoro più ampio? Le due. Penso che si, ogni fotografia abbia una sua unità narrativa, anche se la mia preferenza non va all'immagine singola ma al progetto che presuppone una sequenza... anche se una immagine singola può, spesso, essere letta come una sequenza.
Uno dei segni più evidenti che caratterizzano le sue immagini è il “colore”, ossia l’accesa interpretazione dei bianchi e dei neri. La fase della stampa la cura lei direttamente? Si, in camera oscura, lavorando io in analogico. Cerco di avere una serie di fotogrammi negativi del "soggetto" che ho ripreso. Normalmente in un rullo di 36 pose ho al massimo 6 diversi soggetti il che vuol dire che, generalmente, per ognuno ho utilizzato 6 fotogrammi.; variando non il punto di ripresa, scelto, che non modifico, ma sovra esponendo e sotto esponendo e lavorando sul rapporto diaframma/tempo di esposizione. Ma già il negativo, esposto, alterando la sua sensibilità e sviluppato con certi chimici insieme a tante altre operazioni, è predisposto a "quei bianchi e a quei neri" della domanda dell'intervista. Infatti non penso che la camera oscura debba essere luogo di sofferenza e che un risultato riuscito sia frutto di "difficoltà" e, quindi, avere un negativo particolarmente predisposto semplifica le cose. Dov’è che possiamo ritrovare l’uomo nella sua fotografia? Qual è la presenza che lo testimonia? Nella fotografia di Teatro, naturalmente, parte importantissima del mio percorso fotografico e che ho frequentato per circa 20 anni. L'uomo è lì, spesso e volutamente "reso" statua da tutta una serie di possibilità date dall'interagire con la macchina fotografica. Infatti Vilém Flusser scrive: " La domanda che la critica fotografica deve porre alla fotografia è quindi la seguente : in che misura il fotografo è riuscito a sottomettere il programma dell'apparecchio alla propria intenzione e grazie a quale metodo? E viceversa: in che misura l'apparecchio è riuscito a deviare l'intenzione del fotografo a favore del programma della macchina, e grazie a quale metodo? Sulla base di questo criterio, la "migliore" fotografia sarà quella in cui l'intenzione umana del fotografo ha sconfitto il programma dell'apparecchio, quella cioè in cui il fotografo ha sottomesso l'apparecchio all'intenzione umana". Poi viene la camera oscura, dove, per quanto mi riguarda faccio il 60% di quello che sarà il risultato finale della messa in carta. Meno evidente, ma fortemenente sottesa (naturalmente nelle mie intenzioni...), è la presenza umana in quella che è la mia fotografia interessata alla scultura, ai beni museali, ad un certo modo di fotografare l'architettura... l'archeologia. La statuaria è l'uomo, l'umanità... Mi permetto di citare Ernst H.Gombrich, che sul mio "fare fotografia" ha scritto un articolo in un catalogo, quando dice che le mie fotografie, come le pitture della metafisica alludono a "misteriosi scenari e luci inquietanti". Questi scenari e queste luci diventano tali perché a viverle in quel modo, è l'uomo, che non appare direttamente, ma che ha creato, con il suo immaginario e la sua presenza nascosta, queste atmosfere. L'uomo è presente con la sua assenza. 
Quali differenze intercorrono tra il ritrarre un’opera scultorea e ritrarre un uomo in movimento all’interno di un palcoscenico? Il metodo interpretativo può essere lo stesso? I mie modelli culturali sono all'interno della storia dell'arte, pittura, scultura archeologia... e ancora letteratura, etc. All'inizio del periodo della fotografia di teatro, fatte le immagini per l'archivio del teatro stesso nelle due prime serate della rappresentazione, con quanto mi era richiesto fosse visibile e leggibile in esse, la terza era per me, per una mia lettura. E per me scelsi l'uomo, l'attore, il mimo, il danzatore. Sempre preparandomi prima, per sapere cosa avrei visto ed ascoltato. Conoscenza, ma anche spazio a l'hasard tanto caro ai surrealisti e grande valore aggiunto se riconosciuto ed utilizzato. Per rispondere: penso che uno dei miei Marcel Marceau sia un "Ecce homo". Penso anche che Marcel Marceau stesso abbia avuto come modello uno dei tanti straordinari "Ecce homo" della storia della pittura ed abbia ancora guardato alla pittura e alla scultura in un altro Marcel Marceau che ho fotografo, dove appare come un frammento di una "deposizione". Da parte mia ho spinto sulla materia d'argento fino a darle uno spessore nel "Ecce homo" e portare la carne della "deposizione" alla compattezza ed alla grana della pietra e del marmo. Al contrario, nelle fotografia di scultura, ho cercato di trovare, scavando in camera oscura coi "chimici", l'uomo che ne è stato il modello. Dicendo queste cose non mi do nessun giudizio di riuscita nell'intento, ma comunque questa è stata la mia intenzione.
I luoghi e i temi a cui il suo lavoro si è interessato variano dal tetro, al museo, alla città, alle cliniche psichiatriche abbandonate, fino ad arrivare ad un intervento diretto sulla fotografia creando un unicum. Potremmo dire che in quasi tutti i progetti la realtà fotografica viene mascherata, a volte con un codice metafisico a volte con echi surreali. Quale è quindi il suo approccio all’oggetto? Quali i suoi punti di riferimento? Grande influenza su di me hanno avuto la passione per la metafisica in arte ed il surrealismo, vissuti quasi esclusivamente come lettore e frequentatore di mostre, ma forte è stata anche l'influenza della letteratura, la scoperta di scrittori straordinari legati al fantastico e non solo. Uno per tutti Borges, ma tanti altri. Il cinema anche: quanti films... Quando ero bambino avevo una nonna analfabeta, anarchica e cinefila, che, purché non vietati, me ne ha fatti vedere centinaia e centinaia... si andava al pomeriggio, alle 14.30! Nel suo operare procede con una trama da svolgere precedentemente definita o ha bisogno di una scrittura diretta che cerca un contatto empatico con il luogo? Un "progetto" è sempre all'origine del mio lavoro. Decido cosa fotografare perché vengo sollecitato da una lettura, un dipinto, non importa cosa. Si, a volte stabilisco un rapporto empatico con quanto fotografo, ma non così tanto... Il più forte l'ho avuto per il lavoro sul tema di "Una incerta follia". Ma non con l'archeologia, dove sul desiderio di vedere recuperato quanto è diroccato o frantumato prevale la fascinazione della rovina. Fotografo, interessato al sentimento delle rovine e non a quello di "mostrare per recuperare". Aggiungo che, di fronte al soggetto da riprendere, da decontestualizzare e riproporre sulla carta, deciso quanto mi preme fotografare, è automatico per me "previsualizzare"... in effetti "vedo" veramente come sarà la fotografia nella sua messa in carta definitiva.
Che importanza possiede il documento all’interno del suo lavoro fotografico? Documento o monumento? Cerco sempre di mantenere la verosimiglianza tra soggetto e la fotografia che faccio, non importa di quale genere. Ma do più spazio all'immaginazione, mi piace pensare che la fotografia è la distruzione del reale. Termino scrivendo che credo in una fotografia dove si debba più immaginare che vedere e che al tutto preferisco una sua parte. "Pars pro toto", insomma.  [Tutte le fotografie sono per Gentile Concessione di Vasco Ascolini ©Vasco Ascolini. Tutti i diritti riservati. ]
(Intervista a cura di Andrea Tinterri) Segue la biografia e l'immenso elenco delle sue numerosissime esposizioni e collaborazioni.
Tags: Uomo, Nero, Bianco, Mimo, Monumenti, Beni Culturali, Archeologia, Scultura, teatro, natura, fotografia, storia, Arte, Racconto, antropologia
Posted in Fotografia on Marzo 25, 2010 by Administrator
Che cos'è la fotografia nell'opera di Sandy Skoglund? Abbiamo iniziato con questa domanda l'intervista all'artista/fotografa americana che ricostruendo artigianalmente luoghi fittizi cerca nella fotografia un fissaggio d'una memoria forse primordiale. Anche se osservando i suoi progetti potrebbe sembrare alquanto strano, abbiamo cercato d'interrogarci sulla specificità del mezzo fotografico confrontandolo con la sua stessa storia.Che cos’è la fotografia nel suo lavoro?La fotografia è una testimonianza. La fotografia è il riflesso dell’esistenza di qualcosa. Anche se i materiali e la sostanza di un soggetto non sono normali, rimane comunque la testimonianza dell’esistenza di quella sostanza in un particolare momento nel tempo. Personalmente la uso per catturare un incidente pianificato, ossia, cerco di creare ambienti che vengono disturbati dalla presenza dell’essere umano.Perché rifiuta di usare manipolazioni digitali per i suoi lavori (come ad esempio Photoshop)? Quindi quale è il valore dell’artigianalità nel suo lavoro?Non faccio ampio uso della manipolazione digitale perché trovo molto più divertente costruire cose e giocare con materiali insoliti. Quando inizio un lavoro, non so come verrà la fotografia, ne ho solo una vaga idea. Se costruissi il mio lavoro servendomi interamente di mezzi digitali, allora il risultato finale dovrebbe essere più definito nella mia mente. Inoltre, ritengo che vi sarebbe una leggera differenza nel sentimento finale del lavoro, specie per quanto riguarda le persone reali che entrano nell’arificialità delle mie costruzioni. D’altra parte amo la fotografia digitale quando posso usarla per far sembrare le mie foto più vicine alla mia idea iniziale di colori e grana. Non sono per niente contro la fotografia digitale.L’ambiguità delle sue opere, ossia la difficoltà di capire se ciò che è inquadrato sia fisicamente reale, si può mettere in relazione con la stessa storia del mezzo fotografico? Con la stessa ambiguità che la fotografia porta con se tra documento e interpretazione?Sì, credo che l’ambiguità tra testimonianza e interpretazione nelle mie fotografie possa essere messa in relazione con la storia della fotografia. Ma poiché la fotografia può storicamente essere messa in relazione con la pittura, credo anche che si potrebbe dire che la fotografia svolga per il pubblico contemporaneo il ruolo che la pittura ha svolto per quello del secolo precedente. Vale a dire che la fotografia viene usata nella nostra cultura per creare immagini atte a consolidare le nostre convinzioni e a creare uno specchio di noi stessi. Alcuni vedono la fotografia come una finestra, altri come uno specchio. 
Fox Games (1986-1991) | 
The Green House (1986-1991) |
Perché usare oggetti per descriverne altri come ad esempio nell'opera "Raining popcorn" e in "Fresh hybrid" ? È un tentativo di confondere l’osservatore e disorientarlo?Io vedo gli oggetti non come tali, ma come delle possibilità. In questo modo, nel caso di “Raining Popocorn”, l’uso dell’oggetto è un ossimoro, ossia, è una contraddizione con l’aggiunta di poesia. Come “il suono di un applauso con una mano sola”. Non è una frase sensata, eppure stimola la mente a pensare in modi nuovi, come un terzo occhio.Ogni sua opera porta con se una simbologia? Quale è il retroterra culturale del suo lavoro?La simbologia e il background culturale delle mie opere è americana, dal momento che quella è la cultura che io conosco. Trovo che sia una cultura di contraddizioni e anche aggressiva. Perciò, le immagini che creo hanno forse queste caratteristiche. 
Cats in Paris (1992-1995) | 
Babies at Paradise Pond (1996-2003) |
Sandy Skoglund nasce a Weymouth, Massachusetts, nel 1946. Studia arte e storia dell’arte allo Smith College di Northampton, Massachusetts, dal 1964 al 1968. Frequenta una scuola di specializzazione all’Università dello Iowa nel 1969, dove studia regia, intaglio printmaking e arti multimediali, ricevendo il suo MA nel 1971 e il suo MFA in pittura nel 1972. Si trasferisce a New York nel giugno del ’72, dove comincia a lavorare come artista concettuale, occupandosi di una produzione artistica ripetitiva, orientata verso un processo fotomeccanico ottenuto attraverso la tecnica del mark-making e della fotocopia. Alla fine degli anni Settanta il desiderio di Sandy di documentare idee concettuali la porta a diventare una fotografa autodidatta. Questo sviluppato interesse per la tecnica fotografica si fonde con il suo interesse per la cultura popolare e per la pittura commerciale dando vita a strategie che portano alle opere per cui è famosa oggi. Insegna fotografia, fotografia digitale, e altre forme d’arte all’Università di Rutgers (Newark) dal 1976. 
Squirrels at the Drive-In (1996-2003) |
All images for Courtesy of Sandy Skoglund © Sandy Skoglund |
E se fate in fretta la potrete vedere ancora per qualche giorno, fino al 6 aprile 2010 a Brescia alla Galleria PaciArte Contemporary (Via Trieste 48, Brescia) in una mostra: Sandy Skoglund/Focus on Early Works: www.paciarte.com (Intervista a cura di Andrea Tinterri, traduzione a cura di Roberta Gatti)
Posted in Letteratura on Marzo 17, 2010 by Administrator
Ci sono città che sembrano fatte apposta per gli scrittori: Pino Roveredo è nato il 16 ottobre 1954 a Trieste, quando ancora Saba saliva con fatica su di un’erta popolosa in principio, là deserta, e Claudio Magris si candidava a diventare uno dei massimi germanisti del secolo. E’ stato proprio quest’ultimo, d’altronde, a consegnare Pino Roveredo alle dovute attenzioni di critica e pubblico, dopo il suo esordio con “Capriole in salita” nel 1996. Vogliamo scusarci con l’autore, se d’ora in avanti useremo il suo nome come esempio nei nostri concorsi. Per noi della “Luna di traverso”, che tanto "angustiamo" la fantasia dei nostri giovani scrittori nel breve spazio di 5 mila battute, le sue opere sono la prova vivente che non è necessario affogare le proprie idee dentro a milioni di parole. Nelle opere di Roveredo anche i motivi più tragici come la solitudine, la follia, l’ossessione, sono spogliati di ogni orpello e di ogni aggettivo di troppo. Basta davvero poco, perché le disgrazie più terribili si avverino: il racconto breve si fa portavoce di questa “legge” e arriva alle sue conseguenze senza indugiare nelle commiserazioni. Dopo aver vinto il premio Campiello nel 2005 con la raccolta di racconti “Mandami a dire”, Roveredo ha continuato con la sua attività di operatore di strada in aiuto alle persone più disagiate. Il suo lavoro di scrittore è il riflesso della sua attività quotidiana a sostegno degli emarginati, seguendo il grande insegnamento di Franco Basaglia, più volte disatteso dalle amministrazioni pubbliche.
La tua città d’origine è Trieste, la stessa di Svevo, Saba, e del tuo estimatore Magris. Ma cosa c’è di così speciale in questa città? Sono stato spesso paragonato a questi autori, e ho sempre voluto ricordare una differenza fondamentale: costoro rappresentano il “petto” della città, sono autori di prim’ordine, mentre io racconto la “schiena” di Trieste, la sua fatica e le sue difficoltà. La tradizione la considera come una città di frontiera, ma questo è solo lo sguardo di chi viene da lontano. Anni fa è stato compiuto uno studio, commissionato da un certo movimento politico, alla ricerca di triestini senza ascendenze straniere nelle ultime cinque generazioni. Non riuscendo a scovarli, hanno ridotto il campo a quattro generazioni, poi a tre, poi a due.. Niente: per noi che venga dall’Italia o dalla Slovenia, una persona è sempre della nostra stessa patria.
Quando nasce il Pino Roveredo scrittore? E’ da trent’anni che scrivo per piacere, la mia prima intenzione non era quella di pubblicare. Dopo la mia nascita ho vissuto a lungo con i miei genitori sordomuti, e con loro ho imparato il silenzio prima del rumore; la mia vita con loro mi ha ispirato una scrittura sospesa nell’aria, leggera. Non ho mai smesso di comporre storie, nel silenzio o nella parola scritta.
A che cosa serve la scrittura? Un rifugio, un’ancora di salvezza... La scrittura è uno specchio della libertà umana, e questa non è un affare strettamente privato, personale. Svolgo costantemente l’attività di operatore di strada, e in questa esperienza non c’è niente come gli spettacoli e incontri culturali che diano benessere alle persone disagiate. Da oltre 12 anni la mia compagnia del “Piccolo teatro instabile” porta sul palcoscenico le storie della strada e dei suoi ragazzi. Mi occupo anche testi per il teatro professionale, e per il 2011 è previsto un mio spettacolo al Piccolo di Milano
Le possibilità di scrittura offerte da Internet possono fare emergere più facilmente realtà difficili, “scomode”, ignorate dall’editoria ufficiale? Internet è uno dei più importanti canali per la diffusione e la promozione dei nuovi scrittori, ma è necessario che il loro lavoro provenga da una effettiva necessità di raccontare. Non si può descrivere una carezza se prima non si è ricevuto uno schiaffo.
Come è cambiata la tua vita dopo il Premio Campiello vinto nel 2005? La fama che questo premio porta con sé mi ha permesso di girare l’Italia, per parlare di libri e per visitare liberamente le carceri e i luoghi dove si rifugiano gli ultimi in classifica. Per continuare a raccogliere le loro storie, e a comprendere il loro mondo dentro di mé. Tra gli effetti, se si può dire così, “negativi” del premio, l’abbaglio che molte persone hanno preso quando hanno visto in me un esperto del mondo delle Lettere. Purtroppo, le mie scuole sono state altre e la cultura in cui credo non è una cultura di élite, da salotto, ma una cultura marcatamente popolare.
Eppure la tua scrittura ricorda per certi versi la prosa d’arte raffinata del primo Novecento.. Sicuro di non aver qualche maestro di stile? Il primo libro intero che ho letto è stato Cronache di poveri amanti di Vasco Pratolini, in carcere. Il secondo libro è stato Se questo è un uomo, regalatomi da un detenuto che si premurò di notare come io mancassi della “stoffa da delinquente”. Nella mia vita di lettore hanno contato molto anche Dostevskij, Simenon e, ovviamente, Claudio Magris.
Meglio il passo corto o il passo lungo? Racconti o romanzo? Sono uno scrittore un po’ anomalo, prova ne è che il testo valutato dalla giuria del Campiello è una raccolta di racconti, Mandami a dire. A lungo ho preferito questa forma, più sintetica, più intensa, capace di fissare subito le emozioni che sentivo nel corpo. Negli ultimi tempi mi sono permesso qualche avventura nel romanzo: è il caso di Attenti alle rose, Cara creatura, tra l’altro adottato da diverse scuole italiane come libro di testo, e del prossimo libro, La melodia del corvo.
Quali sono le qualità più importanti per un aspirante scrittore? Deve avere capacità di ascolto e una grande umiltà. La nostra è una professione da “autisti delle parole”, la scrittura deve restare a contatto con la realtà circostante. Se mi firmassero un assegno in bianco in cambio di un racconto sul carnevale di Rio, non esiterei a stracciare l’assegno: come posso raccontare qualcosa che non ho mai lontanamente vissuto?
Il tuo racconto “Mandami a dire” si ricollega immediatamente alla grande esperienza del medico Basaglia, recentemente tradotta in un documentario per la Rai. Hai avuto modo di conoscerlo? Ho incontrato Basaglia durante la mia esperienza nell’ospedale psichiatrico, cominciata quando non avevo ancora compiuto 18 anni. Alla prima occhiata, lo scambiai per uno dei malati, in quanto era l’unico dei “professori” a non portare il camice. Credo che al giorno d’oggi la sua rivoluzione sia arrivata a un punto morto. Basaglia aveva previsto esattamente le situazioni di disagio alle quali i ricoverati sarebbero andati incontro dopo la chiusura dei manicomi, ma ci fu chi lo rassicurò del contrario, dell’avvio di politiche integrative efficaci per i pazienti ritornati alle loro famiglie. Promesse che sono state disattese.  (Intervista a cura di Jacopo Franchi)
Posted in Fotografia on Marzo 03, 2010 by Administrator
Per iniziare un viaggio all'interno delle altre arti che girano intorno alla Luna di Traverso, abbiamo intervistato Alessandro Gandolfi classe 1970, fotografo e giornalista free-lance che pubblica per importanti riviste tra cui "National Geographic Italia", "Touring Club," "Weekend& Viaggi", e case editrici come l'EDT, White Star e DeAgostini per le quali ha scritto guide turistiche e volumi fotografici. Dopo essersi laureato in filosofia presso l’Università di Parma, frequenta la scuola di giornalismo ad Urbino per due anni. Questa esperienza lo porta a lavorare come giornalista per "La Repubblica" prima a Milano e poi a Roma, per abbandonare il tutto e diventare free-lance nel 2001. Da questo momento il suo lavoro ha iniziato ad unire la scrittura al reportage fotografico e da questa considerazione iniziamo l’intervista. In cosa consiste a livello pratico il tuo lavoro di free-lance? Cosa succede in una tua giornata lavorativa? Quando sono in viaggio per realizzare un servizio vado sul luogo con già l’idea di cosa indagare, inizio a scattare ed eventualmente faccio qualche intervista. Per ora ho lavorato quasi sempre su commissione sia scrivendo il testo, sia scattando immagini; anche se capita che chiedano solamente materiale fotografico. Però il lavoro a volte lo cerco io, infatti il mio impiego casalingo, oltre alla sistemazione delle fotografie del reportage precedente e la sistemazione della pagina scritta, è anche quello della lettura dei giornali, scavare in internet e cercare soluzioni per un eventuale prossimo servizio. Nel 2007 inoltre io e altri tre colleghi abbiamo aperto a Milano un’agenzia fotografica, ParalleloZero (www.parallelozero.com); tra le altre cose che fa un’agenzia fotografica organizziamo anche corsi di fotografia legati al discorso del paesaggio e del reportage. Il mio futuro, quindi anche quello dell’agenzia, spero sia quello di riuscire a trovare luoghi che possano raccontare qualcosa, partire e raccogliere materiale per trovare riviste interessate alla pubblicazione, slegandoci dalla committenza il più possibile, anche perché ormai è diventato un mondo schizofrenico in cui le testate chiudono velocemente.
Hai avuto qualche influenza particolare a livello fotografico, qualche maestro a cui hai attinto? Non ho una formazione fotografica classica, ho sempre amato viaggiare e la fotografia è stata prima una conseguenza e successivamente la possibilità di unire questa propensione con un’attività lavorativa. Infatti fin da bambino sono stato abbonato al "National Geographic" e i mie modelli furono quegli stessi fotografi che lavorarono negli anni ’80 e ’90 su quelle pagine come ad esempio Joel Sartore. Non sono legato alla fotografia sociale in bianco e nero, io quasi sempre uso il colore mi interessa un rapporto geografico con il luogo rimanendo legato al reportage.
Hai un metodo consolidato d’approccio al luogo che devi fotografare? Il mio è un approccio giornalistico e questo significa avere un obiettivo preciso, quindi so già cosa devo fotografare, ma è naturale che nel lavoro del fotografo c’è molta casualità e spesso le foto più riuscite sono quelle non previste. Comunque resta un lavoro mirato sia che esso sia su commissione sia che esso parta da una mia iniziativa come nel caso di un servizio per "National Geographic" su Milano e l’acqua. Io devo sempre seguire un tema e devo concentrarmi su quello, è raro che debba interpretare un’intera città, è capitato, ma il mio lavoro quasi sempre consiste in altro.
Che rapporto intercorre tra autore e documento, ossia il tuo tentativo fotografico è quello di cogliere solo un documento o cerchi una tua fisionomia autoriale? Devo dire che io mi considero un fotogiornalista, non mi considero un artista, semplicemente quando scatto cerco un prodotto coerente con la storia, la mia foto deve quindi avere una valenza documentale. Anche se, naturalmente, fotografare per quotidiano è radicalmente diverso che fotografare per una rivista di viaggio sviluppata su un discorso per immagini: in questo caso la tua foto acquista una particolare dignità, diventa la struttura portante della pagina. Io scatto poco e ogni foto è indirizzata alla storia e in questo modo rimango giornalista anche durante le riprese. New York, Fotografia per Gentile Concessione di Alessandro Gandolfi ©Alessandro Gandolfi. Tutti i diritti riservati. Alessandro Gandolfi è nato a Parma nel 1970, si laurea in filosofia ed entra alla scuola di giornalismo di Urbino, al termine della quale diventa giornalista professionista. Ha lavorato come cronista per "La Repubblica", nelle redazioni a Milano e Roma, poi nel 2001 ha iniziato a dedicarsi da freelance al reportage fotogiornalistico collaborando con le maggiori testate italiane. Ha pubblicato fra l'altro A est di Hamilton Road (EDT, 2000), New England (White Star, 2004) e Irlanda (De Agostini, 2005). Le sue foto sono state esposte in mostre personali e collettive, fra le quali le ultime due organizzate dal "National Geographic Italia" a Roma (Madre Terra nel 2009 e Il Nostro Mondo nel 2010). Nel febbraio del 2010 al suo reportage sul sito archeologico di Hierapolis, in Turchia, è stato assegnato il Best Edit Award, il riconoscimento che la redazione centrale del "National Geographic" dà al miglior servizio uscito sulle edizioni locali della rivista americana. E' socio-fondatore dell'agenzia fotogiornalistica Parallelozero con sede a Milano (www.parallelozero.com). (Intervista a cura di Andrea Tinterri)
Tags: Letteratura, Racconto, Narrativa, fotografia, rivista, fotoreporter, reporter, viaggi, National Geographic, Touring Club, giornalista, turismo, mondo, natura, società
Posted in Letteratura on Febbraio 19, 2010 by Administrator
 Margherita F. (F per Ferrari) è una giovanissima blogger veneta che ha cominciato scrivendo un "diario" online per raccontare il fastidio provocato da un apparecchio per i denti molto invasivo. Poi il "diario" è cresciuto ed è diventato uno dei blog più letti in assoluto: L'odore dei pomeriggi (quando li butti via). Dalla blogosfera ai libri di carta: nel 2004 esce "L'acido del tuo stomaco può fare un buco nel tappeto", racconto per l'antologia La notte dei Blogger, a cura di Loredana Lipperini per Einaudi Stile Libero Big, e nel 2005 esce, per Einaudi Stile Libero Extra, Guide pratiche per Adolescenti Introversi, un vero e proprio manuale ironico in cui la giovane autrice osserva, studia, spiega e riflette chi, come lei è un Adolescente che vive ai confini della realtà trendy che ci circonda. A 22 anni, dunque, è laureanda in Sociologia, ha già scritto un libro per l'Einaudi, ha un blog seguitissimo, sogna zucche e fattorie e diffonde il "verbo" del guerrilla gardening. L'abbiamo raggiunta via web per un incontro da 0 a 10 per conoscerla meglio! 0. Margherita in quaranta parole. Margherita è una ventiduenne vicentina. Sta per laurearsi in sociologia e a settembre proseguirà gli studi a Trento. E' blogger dall'età di 13 anni e non ama essere chiamata scrittrice. Sogna di passare il resto della sua vita in una fattoria o per lo meno di avere spazio a sufficienza per coltivare zucche. Ha trovato un appiglio esistenziale nel guerrilla gardening. 1. I libri letti. Quanti, di chi, dove? Il mio account su Anobii, in data odierna, dice che ho letto 517 libri. Ovviamente non è preciso al 100%. Non ho una categoria di autori prediletti, anche se in generale amo la narrativa, in particolar modo quella dell'Ottocento francese e i russi. Per lo più leggo a letto o accasciata sul divano, anche se condivido con il Calvino di Se una notte d'inverno un viaggiatore la ricerca della posizione perfetta per leggere.
2. Che cosa hai pubblicato? Quanti mutui hai contratto per pubblicarlo? Ho pubblicato due racconti e un libro, rispettivamente "L'acido del tuo stomaco può fare un buco nel tappeto" per l'antologia La notte dei blogger (Einaudi), "Uomo Pera" per Under 18 (Coniglio Editore) e Guide pratiche per adolescenti introversi (Einaudi). In tutti e tre i casi sono stata pagata, per fortuna. In generale sconsiglio sempre di tentare la via del mutuo per farsi pubblicare un libro. Pare sia fallimentare.
3. Sei una bambocciona? Sono una laureanda in sociologia e vivo con i miei genitori. Questo fa di me una bambocciona? Non saprei. In realtà quando Brunetta usò quest'espressione per la prima volta fui colpita dal fatto che sembrava essere totalmente ignaro del problema che affligge i giovani italiani, costretti a restare in casa fino alla senilità. Questo Paese non offre politiche adeguate e il fatto che i nostri governanti fingano di essere interessati insultando al contempo non è molto piacevole.
4. Su che cosa scrivi? Carta ingiallita o word 2000? Ho abbandonato da tempo la carta. Mi risulta più semplice scrivere con una tastiera e prediligo OpenOffice rispetto ai suoi parenti a pagamento della Microsoft.
5. Dicono che i ragazzi non sanno più esprimere le emozioni. E se invece fosse la lingua italiana ad essere insufficiente? In realtà penso che il problema siano gli "adulti" che generalizzano e che non riescono a decodificare certe forme di linguaggio. La lingua italiana ovviamente è adeguata, come testimoniano tonnellate di scritti accumulatesi nei secoli. Personalmente vedo fin troppe emozioni o frasi che le millantano sui diari della gioventù o sui "muri" di Facebook.
6. Nel tuo blog (www.margheritaferrari.com) dici che il tuo sogno ricorrente è quello di mollare tutti gli impedimenti di questa vita moderna e tornare alla coltivazione della terra. Ma si possono "coltivare" anche i libri? Se per "coltivare" intendiamo fare ricerca e raccogliere materiale preparatorio, allora direi di sì. Inoltre sarebbe bello se acculando libri essi si riproducessero; sarebbero un sacco di soldi risparmiati.
7. I concorsi letterari sono una tappa obbligata per chi vuole scrivere? Qual è la tua esperienza? Non so granché di concorsi letterari e affini. Personalmente ho ottenuto una certa visibilità solo attraverso il mio blog, ma erano altri tempi, prima che questo mezzo si diffondesse a tappeto. Si trattava ancora di una novità per molti italiani.
8. La Rete: tanto spazio in più per scrivere sotto gli occhi di tutti. Ma c'è ancora qualcuno che si ferma a leggere? Questa è una bella domanda. Nemmeno io sono così sicura della risposta. In parte credo dipenda dall'aumento esponenziale del numero dei blog. C'è troppa "offerta", se la vogliamo vedere in chiave economica. Al contempo però si sono diffusi gli aggregatori di feed, come Google Reader, che permettono di seguire in tempo reale gli aggiornamenti dei post dei propri blogger preferiti. Il vantaggio è un considerevole risparmio di tempo. Ad ogni modo penso che, al di là dei cambiamenti avvenuti nella blogosfera, ciò che conta è sempre la qualità del blog e la frequenza degli aggiornamenti. 9. Progetti futuri? Dopo la laurea intendo comporre il mio prossimo libro, che verterà su temi quali il guerrilla gardening, il cattolicesimo berico e il No Dal Molin. Nel frattempo coltiverò ortaggi, preparerò conserve e diffonderò il verbo del guerrilla gardening. In autunno riprenderò gli studi sociologici. Poi chissà...
10. mi mandi una tua foto da pubblicare? Sì, è abbastanza scema ma spero che vada bene. La allego.  (Intervista a cura di Jacopo Franchi)
Tags: rete, Einaudi, gardening, guerrilla, adolescenti, blogosfera, blogger, blog, Narrativa, Racconto, Letteratura
Posted in Letteratura on Febbraio 02, 2010 by Administrator
Chi sono i Volatori Rapidi? No non è un circolo di volo o cose del genere, ma sono scrittori, anzi un gruppo di scrittori che insieme si cimentano nella scrittura e nella lettura. Sono 16 e vengono da Piacenza e dal 2007 vincono premi qua e là, partecipano al Festival della Letteratura di Mantova, pubblicano libri e raccolte di racconti. Volano con le parole alla velocità della luce. Ve li facciamo conoscere!
Quando nasce l'esperienza dei Volatori Rapidi? Da chi viene l'idea? Il gruppo nasce nell’aprile del 2007, quando tutti partecipiamo al concorso letterario “Volo rapido” organizzato da Porsche Italia a Piacenza: qualche tempo dopo, grazie ad uno scambio di mail inaugurato da uno di noi, Ottavio Torresendi, decidiamo di incontrarci e da lì incomincia la storia dei Volatori Rapidi, che ci ha portato a scrivere due libri, “1995 km da Santiago” (Lir editore) con la postfazione di Paolo Colagrande e “Confini” (Domino edizioni), e a organizzare eventi culturali come lo “Speed date letterario”, una sorta di incontro diretto fra autori e possibili lettori ideato dalla Volatrice Chiara Ferrari e approdato con grande successo anche al Festival della Letteratura di Mantova.
Chi decide cosa scrivere? C'è stato un ricambio generazionale? Siamo un gruppo piuttosto democratico: facciamo riunioni, si propongono idee e le mettiamo ai voti. Così è successo per “1995 km da Santiago”, il cui filo conduttore era la città di Piacenza, e anche per "Confini", in cui il tema già espresso nel titolo è rielaborato in modo assolutamente personale. Non c’è stato alcun ricambio generazionale perché i Volatori Rapidi nascono come un gruppo di persone di età e provenienze diverse, ma in cui ognuno può dare il proprio prezioso contributo. Avete un maestro, un punto di riferimento? No e non per autoreferenzialità: ognuno di noi si è ovviamente legato di più ad un Volatore piuttosto che ad un altro, lo può considerare un amico da cui avere un consiglio. Ma non abbiamo maestri ufficialmente riconosciuti.
Qualcuno di voi ha già pubblicato in proprio? Più di uno: Giusy Cafari Panico ha pubblicato recentemente un libro di poesie intitolato “Come la luna di giorno, come la luna di notte” (Lir editore) che sta avendo un buon successo; Angelo Calza aveva alle spalle l’ideazione di un paio di cortometraggi e la pubblicazione di un racconto nel romanzo collettivo “Mistero d’autore” (Nephos edizioni); Alessandra Locatelli ha pubblicato “Cuo Chi. Due anime in cucina” (Gl editore) pochi mesi fa ed è stato particolarmente apprezzato; Doriana Riva ha pubblicato un racconto nell’antologia “Pensieri d’autore” (Ibiskos Ulivieri) e Luigi Tuveri ha pubblicato il volume “Di pallone, di donne e di motori” (Mef-L’Autore Libri). E in generale anche gli altri hanno esperienze diverse nell’ambito della letteratura o del giornalismo. Riuscite a non litigare tra di voi su un soggetto? Come avviene la ricomposizione dei diversi brani? In realtà si litiga, a volte anche spesso: è normale, soprattutto in un gruppo in cui ovviamente ognuno la pensa diversamente. L’importante è il rispetto e quello non manca fra noi: si litiga, si discute, ma poi si trova sempre il modo per far prevalere il buonsenso nella scelta dei soggetti dei libri come in altre decisioni. La scrittura di gruppo è solo un punto di partenza, o può continuare per tutta una vita? Non si può sapere: molte realtà associative di questo tipo sono naufragate, prima o dopo. Dipende dal gruppo: è necessario salvaguardare l’autonomia di ognuno e anche lo spirito della collettività. Non è facile, inutile negarlo: si prova, è un tentativo che si porta avanti sempre. Un gruppo lo costruisci giorno per giorno. Speriamo che il nostro vada avanti, ma se anche non fosse così ognuno può dire di aver conosciuto persone che lo hanno cambiato: in bene o in male, ma lo hanno cambiato. Grazie al gruppo, il giovane scrittore può superare il terrore del foglio bianco, e trovare più facilmente una sua dimensione letteraria? Dipende dal giovane scrittore e dalla paura che ha. Ovviamente il gruppo rappresenta almeno in parte “un’ancora di salvezza”, un apporto sicuro a cui aggrapparsi; però è anche vero che a volte richiede difficoltà: ci sono tempi da rispettare, modi di vedere a cui armonizzarsi. La dimensione letteraria deve essere già nel giovane scrittore: se non c’è, nessun gruppo serve a trovarla. Quanto sono veloci i Volatori Rapidi? In quanto tempo scrivete un nuovo libro? Nella prefazione a “1995 km da Santiago” si spiega: “per scegliere il filo conduttore ci abbiamo messo due mesi. A raccogliere i racconti ci abbiamo messo due mesi. A trovare un titolo due mesi. A pubblicare un libro quindici giorni”. Più o meno è così. Il vostro genere resterà solo quello della narrativa? La poesia non potrebbe prestarsi più naturalmente a una scrittura multipla? Ci sono Volatrici-poetesse, ma difficilmente i Volatori Rapidi diventeranno tutti poeti: la poesia è qualcosa di così straordinariamente personale, di così assolutamente legato all’Io di ognuno che è quasi assurdo pensare di poterla realizzare in gruppo. La narrativa invece ci è più funzionale: la capacità di raccontare, la bellezza di costruire storie e personaggi è qualcosa che ci piace fare. E per ora la nostra strada è proprio questa. In piedi da sinistra: Luigi Tuveri, Angelo Calza, Ottavio Torresendi, Agostino Damiani, Romolo Delle Donne, Pietro Chiappelloni, Federico Puorro. Seduti da sinistra: Eliabetta Paraboschi, Francesco Danelli, Chiara Ferrari, Giusy Cafari Panico, Melissa Toscani, Alessandra Locatelli, Manuela Affaticati, Monia Sogni, Doriana Riva e Sergio Cicconi (fotografia di Nicolò Morales). (Intervista a cura di Jacopo Franchi)
Posted in Libri on Maggio 26, 2009 by Administrator
 All’inizio delle storie c’è sempre un dettaglio che emerge con nettezza. Un’occasione sghemba che inceppa un meccanismo idealmente oliato alla perfezione. Contemporaneamente c’è un incontro ordinato a tratteggiare l’avvicendamento di un destino che giudichiamo troppo spesso infausto. Una circostanza capace di farci girare la luna. «All’inizio di questa storia c’è un motore rotto». Non al centro di una città o nella sua immediata periferia ma in una strada provinciale sulle Alpi. In Cadore. Nell’automezzo ci sono due Simone, ma non donne – ammesso che il plurale maschile di Simone si coniughi in: Simoni (che suona pure male) -: due giovani romagnoli. Uno dei due Simone - l’autista - è prossimo alla laurea e l’altro Simone è uno di quei ragazzi che perseveriamo a chiamare –con superficiale superiorità– diversamente abile. Ma per il Simone autista il Simone passeggero è una tacca più in alto dell’abilità. È il tassello mancante per sentirsi il Simone completo. E per un Simone completo la rottura del motore non potrebbe rappresentare un problema neppure su Marte o in qualsiasi altro satellite. Così nell’ineluttabilità delle cose e come nelle più classiche delle vicende narrative da una magagna germoglierà una rivoluzione. Un incontro con un nuovo destino. Forse quello vero. Quando poi i dettagli sono più di uno e si sovrappongono possono nascere singolari coincidenze. Così dall’intersezione tra l’incidente e l’attesa forzata per la discussione della tesi nasce l’idea di un viaggio che stravolgerà la vita dell’autore. Il cuore dell’Africa: l’Etiopia. E ancora dalla combinazione dei due dettagli ne nascerà un terzo: la redazione del diario. Ma non per vezzo, bensì perché: «Succede che si scrive come succede che piove…». Se non fosse stato per quella strana combinazione d’eventi Simone Rossi non sarebbe partito per incontrare l’Africa e probabilmente non avrebbe scritto il suo libro-cronaca: “La luna è girata strana”. Qualcosa di più di un diario, qualcosa di più di un racconto, qualcosa di più di un libro. Un frammento proteiforme di una giovane anima in fieri, in cui scorgere la dimensione più vera e flessibile dell’intimo umano. E così il Nostro decide di partire alla volta di una delle tante missioni in quella terra povera e sfruttata. È il 21 Febbraio del 2006 e ad attendere il giovane Simone ad Addis Abeba c’è la più classica delle accoppiate: un missionario - Padre Bernardo - e un caldo d’Inferno. È l’inizio della nuova vita per il giovane autore. Nel diario di questa esperienza ritroveremo frammenti di un mondo che noi occidentali immaginiamo solo nelle sceneggiature dei film, ma che nel profondo del Continente Nero è la cruda realtà in una difficile quotidianità. Una realtà che avvicina i suoi attori al senso profondo della vita. Anzi avvicina al reale vivere la vita. Simone Rossi non ha – per sua ammissione – lo spirito del missionario, né ha alcuna colpa particolare da espiare e, probabilmente, non desidera neppure cercare una qualsivoglia verità. Si lascia semplicemente trascinare dalla vita. Una vita che l’accompagna a vedere l’altra faccia della Luna, quella appunto «…girata strana». Certo! Dall’emisfero australe è evidente la stravaganza della prospettiva astronomica, ma non è altrettanto evidente l’eroica dignità e fierezza degli autoctoni. Perché anche una vita povera vissuta con essenziale fierezza può essere pregna d’ottimismo. In poco più di un mese di permanenza in quel continente meraviglioso l’autore ha avuto modo di aprire i propri orizzonti più che in tutto il percorso scolastico, a dimostrazione che…i libri non sono tutto, o per lo meno, non solo. La pratica di quel esperienza casuale, partorita dalla rottura di un motore, creerà una nuovo equilibrio con la grammatica fresca-fresca e segnerà per lui una svolta: di vita e professionale. Il libro non è solo la cronaca di una profonda esperienza ma un piccolo manuale di ottimismo e spensieratezza. Un vademecum per imparare a dare meno importanza alle superficialità e schernire l’ingiustificato pessimismo di noi che, perennemente scontenti, abbiamo spesso troppo. L’esperienza di una giovane promessa letteraria che non gioca a fare l’astro nascente ma che affronta le vicende quotidiane come dovremmo imparare tutti a fare: senza timore, né aspettandosi qualcosa in cambio. La tecnica narrativa è semplice ed essenziale, senza una maniacale ricerca stilistica. Dovendo cercare il pelo nell’uovo domanderei all’autore il perché di qualche parola un po’ volgare, ma voglio giustificare questo inciampo con la giovane età. Però proprio grazie alla sua pulizia stilistica ci si potrà meglio concentrare sul contenuto, sul succo più denso del libro: l’incontro con la vita. Alla fine delle storie c’è sempre qualcosa che ci lascia e qualcosa che rimane. Quello che ci lascia, di solito, era di troppo, quello che rimane: ci mancava. In questo caso rimane il senso di una vita che troppo spesso dimentichiamo di vivere e alla quale sopravviviamo. Leggere «La Luna è girata strana» di Simone Rossi, edizione Zandegù, è un’esperienza indiretta che ci potrà consentire di cogliere un duplice risultato: conoscere un libro piacevole e aumentare il desiderio di aprire gli occhi sulla nostra vita. (Denis Zuliani) Ps. Guardate anche il blog di Simone Rossi: è molto interessante simonerossi.wordpress.com
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