La Luna di Traverso - Laboratorio di Narrazioni

Un giovane che ha vissuto il dolore della guerra e la gioia del boom economico, un uomo che ha avuto il coraggio di rischiare per i propri i ideali e un grande autore che, anche da adulto, non smette mai di confrontarsi con il passato.
«La mia generazione ha visto e vissuto cose che i giovani d'oggi neanche si immaginano - racconta Pupi Avati - quello che interessa, ora, è solo il presente».

Cosa è cambiato oggi da quando era giovane?
Nel mio Dna, come in quello dei miei coetanei, c'è la guerra, la fame, la fatica del lavoro. Ma anche la felicità del boom economico e della Liberazione. Tutte esperienze che ci hanno dotato di uno sguardo più aperto, che ci spingeva ad intraprendere percorsi individuali, che magari potevano sembrare impossibili.

Un coraggio che oggi sembra assente.
Il problema è che oggi si tende a condividere, a riconoscere qualcosa che accomuni. È quella che chiamano globalizzazione, o massificazione. Una cosa che mi spaventa: essere uno dei tanti, un numero.

 

 


Vale lo stesso anche nell'arte e nel cinema?
In un certo senso sì. Si cercano consensi per allargare i consumi, e poi c'è anche una produzione di pessimismo “tossico” che scoraggia i giovani nel pensare a se stessi con sguardo autonomo. Ed è anche colpa nostra, in un certo senso, che abbiamo cercato di deresponsabilizzare i nostri figli, mentre ognuno di noi è portatore di un talento, ogni persona è portatrice di un'identità che la responsabilizza. Diversamente da oggi, in cui i giovani sono visti come possibili acquirenti o consumatori, la mia generazione è cresciuta nell'indifferenza generale, stava a noi cercare una strada e un'identità.

Quello che manca dunque è uno sguardo sul passato?
Sì, ma anche sul futuro. Oggi si pensa sempre al presente, a quello che conviene di più. È per questo che nel mio cinema e in quello che racconto c'è sempre la comparazione con il passato. Non solo ne Il papà di Giovanna, che racconta di un'epoca passata, ma anche nel lavoro successivo, Gli amici del bar Margherita, ambientato ai giorni nostri, è importante il valore di quello che è stato. I giovani di oggi invece ne sono privi, come anche della capacità di avventurarsi da soli in un'idea, di credere nella vita. Non c'è più l'ideale, il sogno è stato cancellato. Una volta si diceva “per sempre”. Le passioni, la musica, l'amore, erano “per sempre”, che è un avverbio che non esiste, ma che dicevamo con facilità, e che oggi, invece, nessuno usa più.

I libri di Pupi Avati, usciti per la Mondadori: librimondadori.it/pupiavati

La sua biografia, uscita nel 2008 per Il Margine Editore: Sotto le stelle di un film

L'ultimo film di Pupi Avati, Il figlio più piccolo, 2010

(Silvia Bia – “Informazione di Parma”, dicembre 2008)

 

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Massimo Siragusa è il nuovo tassello inserito in quella che sta diventando una mappatura della fotografia contemporanea. Un'eterogeneità in cui il colore si trasforma nel tempo assumendo significazioni precise; anche il soggetto cambia velocemente: i luoghi del divertimento e il sacro, l'abbandono industriale e quello sociale. Una realtà che lascia l'uomo spesso dietro le quinte restituendo un'apparizione d'oggetti e di spazi.

In che modo la sua personalità può e si deve confrontare con un’eventuale committenza?
Io credo che ogni fotografo, in quanto autore, debba rispondere alle richieste della committenza partendo proprio dallo stile personale. Ciò non significa, però, fare quello che si vuole e come si vuole. Significa,invece, provare a capire e a rendere proprie le esigenze del cliente, interpretandole secondo il proprio stile. Oggi, poi, il fotografo non viene quasi mai scelto a caso, ma viene chiamato a svolgere un lavoro in funzione della propria sensibilità.

Per quale motivo predilige l’utilizzo del colore? E perché quel particolare colore? Come riesce ad ottenerlo a livello pratico?
Ho cominciato da subito ad essere affascinato dalla magia del colore, dopo avere scoperto Ernest Haas e Alex Webb. Il mio modo di concepire l’uso del colore è mutato con il passare degli anni, così come sono cambiato io stesso.
Da quasi cinque anni la mia ricerca si è concentrata sull’uso di colori pastello, chiari, quasi evanescenti. Li ottengo sovra esponendo in fase di scatto e poi bilanciando in post-produzione. È anche importante scegliere le ore giuste del giorno, ed evitare il controluce.

Quale importanza assume nel suo lavoro l’esempio di un maestro come Ghirri?
Ghirri è stato un grande maestro, ancora oggi insuperato. La poesia, la delicatezza e l’armonia delle sue foto restano, per me, un punto di riferimento fisso.
 
In molti suoi lavori ad esempio “Solo in Italia” e “Roma”, per citarne alcuni, l’uomo compare solo se necessario a caratterizzare un’area, ma anche in questi casi ci appare sospeso, quasi rarefatto, forse metafisico, per quale motivo?
Con il passare del tempo ho sentito sempre più il bisogno di concentrarmi sui luoghi, piuttosto che sulle persone. Questo perché credo nella forza e nell’importanza del luogo come protagonista, credo nella sua capacità di raccontare storie ed emozioni. Quando appare l’uomo è solo una comparsa che percorre lo spazio fugacemente, con un senso di precarietà.
 

Analizzando i lavori “Bassi Napoli” e “Fondo Fucile” mi vengono in mente alcuni scatti di interni di Walker Evans, quelli per intenderci dell’Alabama degli anni trenta. In questi casi Evans parlava di “composizione inconsapevole” in quanto luoghi trovati e bloccati; condivide questa interpretazione? Quale è l’intervento del fotografo?
Condivido in pieno questa interpretazione. Quando lavoro sugli interni è il luogo che mi guida, io mi limito a scattare. Non faccio nessun intervento.
Pretendo, anzi, che tutto - oggetti, giornali, piatti… - resti esattamente come si trova. L’idea è di bloccare la realtà esattamente come appare  in un determinato momento, senza alcuna influenza da parte del fotografo.

Vorrei ritornare al discorso sul colore e al lavoro “Fondo fucile”. Questo progetto indaga un’area italiana in cui si può con diritto parlare di favelas (luogo tra l’altro poco conosciuto al resto del paese), quindi il sua lavoro fotografico inevitabilmente assume un carattere d’inchiesta e di denuncia. Non crede che un uso esasperato del colore possa distanziare l’immagine dal reale? Quale era il suo obiettivo?
Questa è una buona domanda… io sono consapevole di camminare sopra un filo sottilissimo, in bilico tra l’esigenza di raccontare e denunciare una situazione complessa e difficile, e la necessità assoluta - che sento molto forte - di farlo mantenendo una mia identità precisa. Io credo che il rapporto che ho instaurato con i proprietari e gli inquilini delle case che ho fotografato, il  pieno rispetto  delle loro esigenze e dei luoghi  che ho visto, mi abbia posto al riparo da una  possibile accusa di “spettacolarizzazione”.  Ogni fotografo, d’altra parte, deve lavorare partendo dal proprio punto di vista e dalla propria poetica; sempre.

Spesso lavora su luoghi abbandonati, ricordiamo “Sleeping Sulphur” e “Via della lana”, crede che essi abbiano una propria intrinseca capacità narrativa? In che modo li affronta?
Sono letteralmente affascinato dai luoghi abbandonati e dall’archeologia industriale. Per me è come fare un viaggio nella memoria alla ricerca di tracce, colori e odori. Ogni volta mi piace perdermi, girare all’interno di questi vecchi edifici, fare correre la fantasia,  prendermi il tempo per poter pensare. Dopo ogni viaggio ritorno stanco ma rigenerato.
 
[In ordine di apparizione: foto n°1 tratta da "Leisure time", foto n°2 tratta da "Fondo Fucile", foto n°3 tratta da "Need for a Miracle".
Tutte le fotografie sono per Gentile Concessione di Massimo Siragusa ©Massimo Siragusa. Tutti i diritti riservati. ]
 
(Intervista a cura di Andrea Tinterri)
 
BIOGRAFIA
Nato a Catania, Massimo Siragusa è rappresentato dall’agenzia Contrasto dal 1989. Le sue fotografie sono state pubblicate sulle più importanti riviste e giornali internazionali: NEW YORK TIMES MAGAZINE, TIME, NEWSWEEK, EL PAIS, DIE ZEIT, TRAVEL LEISURE, GEO, LE FIGARO MAGAZINE, THE NEWYORKER, MERIAN, “D”DI REPUBBLICA, MARIE CLAIRE, VANITY FAIR, IO DONNA, AND US NEWS. Inoltre ha firmato campagne pubblicitarie per LAVAZZA, IGP, KODAK, ENI, COMUNE DI ROMA, ATAC/ROMA, AEROPORTI DI MILANO, BAT ITALIA, REGIONE LOMBARDIA, ALFA ROMEO, BNL, PROVINCIA DI MILANO, TOYOTA, AUDITORIUM DI ROMA.
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Che cos'è la fotografia nell'opera di Sandy Skoglund? Abbiamo iniziato con questa domanda l'intervista all'artista/fotografa americana che ricostruendo artigianalmente luoghi fittizi cerca nella fotografia un fissaggio d'una memoria forse primordiale. Anche se osservando i suoi progetti potrebbe sembrare alquanto strano, abbiamo cercato d'interrogarci sulla specificità del mezzo fotografico confrontandolo con la sua stessa storia.

Che cos’è la fotografia nel suo lavoro?
La fotografia è una testimonianza. La fotografia è il riflesso dell’esistenza di qualcosa. Anche se i materiali e la sostanza di un soggetto non sono normali, rimane comunque la testimonianza dell’esistenza di quella sostanza in un particolare momento nel tempo. Personalmente la uso per catturare un incidente pianificato, ossia, cerco di creare ambienti che vengono disturbati dalla presenza dell’essere umano.

Perché rifiuta di usare manipolazioni digitali per i suoi lavori (come ad esempio Photoshop)? Quindi quale è il valore dell’artigianalità nel suo lavoro?
Non faccio ampio uso della manipolazione digitale perché trovo molto più divertente costruire cose e giocare con materiali insoliti. Quando inizio un lavoro, non so come verrà la fotografia, ne ho solo una vaga idea. Se costruissi il mio lavoro servendomi interamente di mezzi digitali, allora il risultato finale dovrebbe essere più definito nella mia mente. Inoltre, ritengo che vi sarebbe una leggera differenza nel sentimento finale del lavoro, specie per quanto riguarda le persone reali che entrano nell’arificialità delle mie costruzioni. D’altra parte amo la fotografia digitale quando posso usarla per far sembrare le mie foto più vicine alla mia idea iniziale di colori e grana. Non sono per niente contro la fotografia digitale.

L’ambiguità delle sue opere, ossia la difficoltà di capire se ciò che è  inquadrato sia fisicamente reale, si può mettere in relazione con la stessa storia del mezzo fotografico? Con la stessa ambiguità che la fotografia porta con se tra documento e interpretazione?
Sì, credo che l’ambiguità tra testimonianza e interpretazione nelle mie fotografie possa essere messa in relazione con la storia della fotografia. Ma poiché la fotografia può storicamente essere messa in relazione con la pittura, credo anche che si potrebbe dire che la fotografia svolga per il pubblico contemporaneo il ruolo che la pittura ha svolto per quello del secolo precedente. Vale a dire che la fotografia viene usata nella nostra cultura per creare immagini atte a consolidare le nostre convinzioni e a creare uno specchio di noi stessi. Alcuni vedono la fotografia come una finestra, altri come uno specchio.
 

Fox Games (1986-1991)

The Green House (1986-1991)

 
Perché usare oggetti per descriverne altri come ad esempio nell'opera "Raining popcorn" e in "Fresh hybrid" ? È un tentativo di confondere l’osservatore e disorientarlo?
Io vedo gli oggetti non come tali, ma come delle possibilità. In questo modo, nel caso di “Raining Popocorn”, l’uso dell’oggetto è un ossimoro, ossia, è una contraddizione con l’aggiunta di poesia. Come “il suono di un applauso con una mano sola”. Non è una frase sensata, eppure stimola la mente a pensare in modi nuovi, come un terzo occhio.

Ogni sua opera porta con se una simbologia? Quale è il retroterra culturale del suo lavoro?
La simbologia e il background culturale delle mie opere è americana, dal momento che quella è la cultura che io conosco. Trovo che sia una cultura di contraddizioni e anche aggressiva. Perciò, le immagini che creo hanno forse queste caratteristiche.
 

Cats in Paris (1992-1995)

Babies at Paradise Pond (1996-2003)

Sandy Skoglund nasce a Weymouth, Massachusetts, nel 1946. Studia arte e storia dell’arte allo Smith College di Northampton, Massachusetts, dal 1964 al 1968. Frequenta una scuola di specializzazione all’Università dello Iowa nel 1969, dove studia regia, intaglio printmaking e arti multimediali, ricevendo il suo MA nel 1971 e il suo MFA in pittura nel 1972. Si trasferisce a New York nel giugno del ’72, dove comincia a lavorare come artista concettuale, occupandosi di una produzione artistica ripetitiva, orientata verso un processo fotomeccanico ottenuto attraverso la tecnica del mark-making e della fotocopia. Alla fine degli anni Settanta il desiderio di Sandy di documentare idee concettuali la porta a diventare una fotografa autodidatta. Questo sviluppato interesse per la tecnica fotografica si fonde con il suo interesse per la cultura popolare e per la pittura commerciale dando vita a strategie che portano alle opere per cui è famosa oggi. Insegna fotografia, fotografia digitale, e altre forme d’arte all’Università di Rutgers (Newark) dal 1976.
 
 

Squirrels at the Drive-In (1996-2003)


All images for Courtesy of Sandy Skoglund

                      © Sandy Skoglund

E se fate in fretta la potrete vedere ancora per qualche giorno, fino al 6 aprile 2010 a Brescia alla Galleria PaciArte Contemporary (Via Trieste 48, Brescia) in una mostra: Sandy Skoglund/Focus on Early Works: www.paciarte.com

(Intervista a cura di Andrea Tinterri, traduzione a cura di Roberta Gatti)
 
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Ci sono città che sembrano fatte apposta per gli scrittori: Pino Roveredo è nato il 16 ottobre 1954 a Trieste, quando ancora Saba saliva con fatica su di un’erta popolosa in principio, là deserta, e Claudio Magris si candidava a diventare uno dei massimi germanisti del secolo. E’ stato proprio quest’ultimo, d’altronde, a consegnare Pino Roveredo alle dovute attenzioni di critica e pubblico, dopo il suo esordio con “Capriole in salita” nel 1996.
Vogliamo scusarci con l’autore, se d’ora in avanti useremo il suo nome come esempio nei nostri concorsi. Per noi della “Luna di traverso”, che tanto "angustiamo" la fantasia dei nostri giovani scrittori nel breve spazio di 5 mila battute, le sue opere sono la prova vivente che non è necessario affogare le proprie idee dentro a milioni di parole. Nelle opere di Roveredo anche i motivi più tragici come la solitudine, la follia, l’ossessione, sono spogliati di ogni orpello e di ogni aggettivo di troppo. Basta davvero poco, perché le disgrazie più terribili si avverino: il racconto breve si fa portavoce di questa “legge” e arriva alle sue conseguenze senza indugiare nelle commiserazioni.
Dopo aver vinto il premio Campiello nel 2005 con la raccolta di racconti “Mandami a dire”, Roveredo ha continuato con la sua attività di operatore di strada in aiuto alle persone più disagiate. Il suo lavoro di scrittore è il riflesso della sua attività quotidiana a sostegno degli emarginati, seguendo il grande insegnamento di Franco Basaglia, più volte disatteso dalle amministrazioni pubbliche.

La tua città d’origine è Trieste, la stessa di Svevo, Saba, e del tuo estimatore Magris. Ma cosa c’è di così speciale in questa città?
Sono stato spesso paragonato a questi autori, e ho sempre voluto ricordare una differenza fondamentale: costoro rappresentano il “petto” della città, sono autori di prim’ordine, mentre io racconto la “schiena” di Trieste, la sua fatica e le sue difficoltà. La tradizione la considera come una città di frontiera, ma questo è solo lo sguardo di chi viene da lontano. Anni fa è stato compiuto uno studio, commissionato da un certo movimento politico, alla ricerca di triestini senza ascendenze straniere nelle ultime cinque generazioni. Non riuscendo a scovarli, hanno ridotto il campo a quattro generazioni, poi a tre, poi a due.. Niente: per noi che venga dall’Italia o dalla Slovenia, una persona è sempre della nostra stessa patria.

Quando nasce il Pino Roveredo scrittore?
E’ da trent’anni che scrivo per piacere, la mia prima intenzione non era quella di pubblicare. Dopo la mia nascita ho vissuto a lungo con i miei genitori sordomuti, e con loro ho imparato il silenzio prima del rumore; la mia vita con loro mi ha ispirato una scrittura sospesa nell’aria, leggera. Non ho mai smesso di comporre storie, nel silenzio o nella parola scritta.

A che cosa serve la scrittura? Un rifugio, un’ancora di salvezza...
La scrittura è uno specchio della libertà umana, e questa non è un affare strettamente privato, personale. Svolgo costantemente l’attività di operatore di strada, e in questa esperienza non c’è niente come gli spettacoli e incontri culturali che diano benessere alle persone disagiate. Da oltre 12 anni la mia compagnia del “Piccolo teatro instabile” porta sul palcoscenico le storie della strada e dei suoi ragazzi. Mi occupo anche testi per il teatro professionale, e per il 2011 è previsto un mio spettacolo al Piccolo di Milano

Le possibilità di scrittura offerte da Internet possono fare emergere più facilmente realtà difficili, “scomode”, ignorate dall’editoria ufficiale?
Internet è uno dei più importanti canali per la diffusione e la promozione dei nuovi scrittori, ma è necessario che il loro lavoro provenga da una effettiva necessità di raccontare. Non si può descrivere una carezza se prima non si è ricevuto uno schiaffo.

Come è cambiata la tua vita dopo il Premio Campiello vinto nel 2005?
La fama che questo premio porta con sé mi ha permesso di girare l’Italia, per parlare di libri e per visitare liberamente le carceri e i luoghi dove si rifugiano gli ultimi in classifica. Per continuare a raccogliere le loro storie, e a comprendere il loro mondo dentro di mé. Tra gli effetti, se si può dire così, “negativi” del premio, l’abbaglio che molte persone hanno preso quando hanno visto in me un esperto del mondo delle Lettere. Purtroppo, le mie scuole sono state altre e la cultura in cui credo non è una cultura di élite, da salotto, ma una cultura marcatamente popolare.

Eppure la tua scrittura ricorda per certi versi la prosa d’arte raffinata del primo Novecento.. Sicuro di non aver qualche maestro di stile?
Il primo libro intero che ho letto è stato Cronache di poveri amanti di Vasco Pratolini, in carcere. Il secondo libro è stato Se questo è un uomo, regalatomi da un detenuto che si premurò di notare come io mancassi della “stoffa da delinquente”. Nella mia vita di lettore hanno contato molto anche Dostevskij, Simenon e, ovviamente, Claudio Magris.
 

  


Meglio il passo corto o il passo lungo? Racconti o romanzo?
Sono uno scrittore un po’ anomalo, prova ne è che il testo valutato dalla giuria del Campiello è una raccolta di racconti, Mandami a dire. A lungo ho preferito questa forma, più sintetica, più intensa, capace di fissare subito le emozioni che sentivo nel corpo. Negli ultimi tempi mi sono permesso qualche avventura nel romanzo: è il caso di Attenti alle rose, Cara creatura, tra l’altro adottato da diverse scuole italiane come libro di testo, e del prossimo libro, La melodia del corvo.

Quali sono le qualità più importanti per un aspirante scrittore?
Deve avere capacità di ascolto e una grande umiltà. La nostra è una professione da “autisti delle parole”, la scrittura deve restare a contatto con la realtà circostante. Se mi firmassero un assegno in bianco in cambio di un racconto sul carnevale di Rio, non esiterei a stracciare l’assegno: come posso raccontare qualcosa che non ho mai lontanamente vissuto?

Il tuo racconto “Mandami a dire” si ricollega immediatamente alla grande esperienza del medico Basaglia, recentemente tradotta in un documentario per la Rai. Hai avuto modo di conoscerlo?
Ho incontrato Basaglia durante la mia esperienza nell’ospedale psichiatrico, cominciata quando non avevo ancora compiuto 18 anni. Alla prima occhiata, lo scambiai per uno dei malati, in quanto era l’unico dei “professori” a non portare il camice. Credo che al giorno d’oggi la sua rivoluzione sia arrivata a un punto morto. Basaglia aveva previsto esattamente le situazioni di disagio alle quali i ricoverati sarebbero andati incontro dopo la chiusura dei manicomi, ma ci fu chi lo rassicurò del contrario, dell’avvio di politiche integrative efficaci per i pazienti ritornati alle loro famiglie. Promesse che sono state disattese.
 

 

 

(Intervista a cura di Jacopo Franchi)

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Per iniziare un viaggio all'interno delle altre arti che girano intorno alla Luna di Traverso, abbiamo intervistato Alessandro  Gandolfi classe 1970, fotografo e giornalista free-lance che pubblica per importanti riviste tra cui "National Geographic  Italia", "Touring Club," "Weekend& Viaggi", e case editrici come l'EDT, White Star e DeAgostini per le quali ha scritto guide turistiche e volumi fotografici. Dopo essersi laureato in filosofia presso l’Università di Parma,  frequenta la scuola di giornalismo ad Urbino per due anni. Questa esperienza lo porta a lavorare come giornalista per "La Repubblica" prima a Milano e poi a Roma, per abbandonare il tutto e diventare free-lance nel 2001. Da questo momento il suo lavoro ha iniziato ad unire la scrittura al reportage fotografico e da questa considerazione iniziamo l’intervista.

In cosa consiste a livello pratico il tuo lavoro di free-lance? Cosa succede in una tua giornata lavorativa?
Quando sono in viaggio per realizzare un servizio vado sul luogo con già l’idea di cosa indagare,  inizio a scattare ed eventualmente faccio qualche intervista. Per ora ho lavorato quasi sempre su commissione  sia scrivendo il testo, sia scattando immagini; anche se capita che chiedano solamente materiale fotografico. Però il lavoro a volte lo cerco io, infatti il mio impiego casalingo, oltre alla sistemazione delle fotografie del reportage precedente e la sistemazione della pagina scritta, è anche quello della lettura dei giornali, scavare in internet e cercare soluzioni per un eventuale prossimo servizio. Nel 2007 inoltre io e altri tre colleghi abbiamo aperto a Milano un’agenzia fotografica, ParalleloZero (www.parallelozero.com); tra le altre cose che fa un’agenzia fotografica organizziamo anche corsi di fotografia legati al discorso del paesaggio e del reportage. Il mio futuro, quindi anche quello dell’agenzia, spero sia quello di riuscire a trovare luoghi che possano raccontare qualcosa, partire e raccogliere materiale per trovare riviste interessate alla pubblicazione, slegandoci dalla committenza il più possibile, anche perché ormai è diventato un mondo schizofrenico in cui le testate chiudono velocemente.

Hai avuto qualche influenza particolare a livello fotografico, qualche maestro a cui hai attinto?
Non ho una formazione fotografica classica, ho sempre amato viaggiare e la fotografia è stata prima una conseguenza e  successivamente la possibilità di unire questa propensione con un’attività lavorativa. Infatti  fin da bambino sono stato abbonato al "National Geographic" e i mie modelli furono quegli stessi fotografi che lavorarono negli anni ’80 e ’90 su quelle pagine come ad esempio Joel Sartore. Non sono legato alla fotografia sociale in bianco e nero, io quasi sempre uso il colore mi interessa un rapporto geografico con il luogo rimanendo legato al reportage.

Hai un metodo consolidato d’approccio al luogo che devi fotografare?
Il mio è un approccio giornalistico e questo significa avere un obiettivo preciso, quindi so già cosa devo fotografare, ma è naturale che nel lavoro del fotografo c’è molta casualità e spesso le foto più riuscite sono quelle non previste. Comunque resta un lavoro mirato sia che esso sia su commissione sia che esso parta da una mia iniziativa come nel caso di un servizio per "National Geographic" su Milano e l’acqua. Io devo sempre seguire un tema e devo concentrarmi su quello, è raro che debba interpretare un’intera città, è capitato, ma il mio lavoro quasi sempre consiste in altro.

Che rapporto intercorre tra autore e documento, ossia il tuo tentativo fotografico è quello di cogliere solo un documento o cerchi una tua fisionomia autoriale?
Devo dire che io mi considero un fotogiornalista, non mi considero un artista, semplicemente quando scatto cerco un prodotto coerente con la storia, la mia foto deve quindi avere una valenza documentale. Anche se, naturalmente, fotografare per quotidiano è radicalmente diverso che fotografare per una rivista di viaggio sviluppata su un discorso per immagini: in questo caso la tua foto acquista una particolare dignità, diventa la struttura portante della pagina. Io scatto poco e ogni foto è indirizzata alla storia e in questo modo rimango  giornalista anche durante le riprese.
 

New York, Fotografia per Gentile Concessione di Alessandro Gandolfi ©Alessandro Gandolfi. Tutti i diritti riservati.
 
Alessandro Gandolfi è nato a Parma nel 1970, si laurea in filosofia ed entra alla scuola di giornalismo di Urbino, al termine della quale diventa giornalista professionista. Ha lavorato come cronista per "La Repubblica", nelle redazioni a Milano e Roma, poi nel 2001 ha iniziato a dedicarsi da freelance al reportage fotogiornalistico collaborando con le maggiori testate italiane. Ha pubblicato fra l'altro A est di Hamilton Road (EDT, 2000), New England (White Star, 2004) e Irlanda (De Agostini, 2005). Le sue foto sono state esposte in mostre personali e collettive, fra le quali le ultime due organizzate dal "National Geographic Italia" a Roma (Madre Terra nel 2009 e Il Nostro Mondo nel 2010). Nel febbraio del 2010 al suo reportage sul sito archeologico di Hierapolis, in Turchia, è stato assegnato il Best Edit Award, il riconoscimento che la redazione centrale del "National Geographic" dà al miglior servizio uscito sulle edizioni locali della rivista americana. E' socio-fondatore dell'agenzia fotogiornalistica Parallelozero con sede a Milano (www.parallelozero.com).
 
 
(Intervista a cura di Andrea Tinterri)
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