La Luna di Traverso - Laboratorio di Narrazioni

Un giovane che ha vissuto il dolore della guerra e la gioia del boom economico, un uomo che ha avuto il coraggio di rischiare per i propri i ideali e un grande autore che, anche da adulto, non smette mai di confrontarsi con il passato.
«La mia generazione ha visto e vissuto cose che i giovani d'oggi neanche si immaginano - racconta Pupi Avati - quello che interessa, ora, è solo il presente».

Cosa è cambiato oggi da quando era giovane?
Nel mio Dna, come in quello dei miei coetanei, c'è la guerra, la fame, la fatica del lavoro. Ma anche la felicità del boom economico e della Liberazione. Tutte esperienze che ci hanno dotato di uno sguardo più aperto, che ci spingeva ad intraprendere percorsi individuali, che magari potevano sembrare impossibili.

Un coraggio che oggi sembra assente.
Il problema è che oggi si tende a condividere, a riconoscere qualcosa che accomuni. È quella che chiamano globalizzazione, o massificazione. Una cosa che mi spaventa: essere uno dei tanti, un numero.

 

 


Vale lo stesso anche nell'arte e nel cinema?
In un certo senso sì. Si cercano consensi per allargare i consumi, e poi c'è anche una produzione di pessimismo “tossico” che scoraggia i giovani nel pensare a se stessi con sguardo autonomo. Ed è anche colpa nostra, in un certo senso, che abbiamo cercato di deresponsabilizzare i nostri figli, mentre ognuno di noi è portatore di un talento, ogni persona è portatrice di un'identità che la responsabilizza. Diversamente da oggi, in cui i giovani sono visti come possibili acquirenti o consumatori, la mia generazione è cresciuta nell'indifferenza generale, stava a noi cercare una strada e un'identità.

Quello che manca dunque è uno sguardo sul passato?
Sì, ma anche sul futuro. Oggi si pensa sempre al presente, a quello che conviene di più. È per questo che nel mio cinema e in quello che racconto c'è sempre la comparazione con il passato. Non solo ne Il papà di Giovanna, che racconta di un'epoca passata, ma anche nel lavoro successivo, Gli amici del bar Margherita, ambientato ai giorni nostri, è importante il valore di quello che è stato. I giovani di oggi invece ne sono privi, come anche della capacità di avventurarsi da soli in un'idea, di credere nella vita. Non c'è più l'ideale, il sogno è stato cancellato. Una volta si diceva “per sempre”. Le passioni, la musica, l'amore, erano “per sempre”, che è un avverbio che non esiste, ma che dicevamo con facilità, e che oggi, invece, nessuno usa più.

I libri di Pupi Avati, usciti per la Mondadori: librimondadori.it/pupiavati

La sua biografia, uscita nel 2008 per Il Margine Editore: Sotto le stelle di un film

L'ultimo film di Pupi Avati, Il figlio più piccolo, 2010

(Silvia Bia – “Informazione di Parma”, dicembre 2008)

 

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Proseguendo il percorso all’interno delle diverse problematiche della fotografia abbiamo intervistato Vasco Ascolini, un famoso fotografo attivo fin dagli anni Sessanta nel panorama artistico italiano. In questo caso abbiamo cercato d’affrontare un discorso che potesse interessare sia l’aspetto narrativo sotteso al suo lavoro, sia aspetti propriamente tecnici come la stampa che spesso diventa linguaggio e interpretazione di poetica. I suoi progetti spaziano dalla fotografia di teatro alla scultura, dalla città ad interventi diretti sul supporto sensibile; apertura che rispecchia anche l’area geografica interessandosi sia all’Italia sia, in particolare, ai luoghi della cultura francese.

Ogni fotografia ha una propria unità narrativa o funziona da tassello per un lavoro più ampio?
Le due. Penso che si, ogni fotografia abbia una sua unità narrativa, anche se la mia preferenza non va all'immagine singola ma al progetto che presuppone una sequenza... anche se una immagine singola può, spesso, essere letta come una sequenza.

Uno dei segni più evidenti che caratterizzano le sue immagini è il “colore”, ossia l’accesa interpretazione dei bianchi e dei neri. La fase della stampa la cura lei direttamente?
Si, in camera oscura, lavorando io in analogico. Cerco di avere una serie di fotogrammi negativi del "soggetto" che ho ripreso. Normalmente in un rullo di 36 pose ho al massimo 6 diversi soggetti il che vuol dire che, generalmente, per ognuno ho utilizzato 6 fotogrammi.; variando non il punto di ripresa, scelto, che non modifico, ma sovra esponendo e sotto esponendo e lavorando sul rapporto diaframma/tempo di esposizione. Ma già il negativo, esposto, alterando la sua sensibilità e sviluppato con certi chimici insieme a tante altre operazioni, è predisposto a "quei bianchi e a quei neri" della domanda dell'intervista.
Infatti non penso che la camera oscura debba essere luogo di sofferenza e che un risultato riuscito sia frutto di "difficoltà" e, quindi, avere un negativo particolarmente predisposto semplifica le cose.
 
Dov’è che possiamo ritrovare l’uomo nella sua fotografia? Qual è la presenza che lo testimonia?
Nella fotografia di Teatro, naturalmente, parte importantissima del mio percorso fotografico e che ho frequentato per circa 20 anni. L'uomo è lì, spesso e volutamente "reso" statua da tutta una serie di possibilità date dall'interagire con la macchina fotografica. Infatti Vilém Flusser scrive: " La domanda che la critica fotografica deve porre alla fotografia  è quindi la seguente : in che misura il fotografo è riuscito a sottomettere il programma dell'apparecchio alla propria  intenzione e grazie a quale metodo? E viceversa: in che misura l'apparecchio è riuscito a deviare l'intenzione del fotografo a favore del programma della macchina, e grazie a quale metodo? Sulla base di questo criterio, la "migliore" fotografia sarà quella in cui l'intenzione umana del fotografo ha sconfitto il programma dell'apparecchio, quella cioè in cui il fotografo ha sottomesso l'apparecchio all'intenzione umana". Poi viene la camera oscura, dove, per quanto mi riguarda faccio il 60% di quello che sarà il risultato finale della messa in carta.
Meno evidente, ma fortemenente sottesa (naturalmente nelle mie intenzioni...), è la presenza umana in quella che è la mia fotografia interessata alla scultura, ai beni museali, ad un certo modo di fotografare l'architettura... l'archeologia. La statuaria è l'uomo, l'umanità...
Mi permetto di citare Ernst H.Gombrich, che sul mio "fare fotografia" ha scritto un articolo in un catalogo, quando dice che le mie fotografie, come le pitture della metafisica  alludono a "misteriosi scenari e luci inquietanti". Questi scenari e queste luci diventano tali perché a viverle in quel modo, è l'uomo, che non appare direttamente, ma che ha creato, con il suo immaginario e  la sua presenza nascosta, queste atmosfere. L'uomo è presente con la sua assenza.

 


Quali differenze intercorrono tra il ritrarre un’opera scultorea e ritrarre un uomo in movimento all’interno di un palcoscenico? Il metodo interpretativo può essere lo stesso?
I mie modelli culturali sono all'interno della storia dell'arte, pittura, scultura archeologia... e ancora letteratura, etc. All'inizio del periodo della fotografia di teatro, fatte le immagini per l'archivio del teatro stesso nelle due prime serate della rappresentazione, con quanto mi era richiesto fosse visibile e leggibile  in esse, la terza era per me, per una mia lettura. E per me scelsi l'uomo, l'attore, il mimo, il danzatore.
Sempre preparandomi prima, per sapere cosa avrei visto ed ascoltato. Conoscenza, ma anche spazio a l'hasard tanto caro ai surrealisti e grande valore aggiunto se riconosciuto ed utilizzato.
Per rispondere: penso che uno dei miei Marcel Marceau sia un "Ecce homo". Penso anche che Marcel Marceau stesso abbia avuto come modello uno dei tanti straordinari "Ecce homo" della storia della pittura ed abbia ancora guardato alla pittura e alla scultura in un  altro Marcel Marceau che ho fotografo, dove appare come un frammento di  una "deposizione". Da parte mia ho spinto sulla materia d'argento fino a darle uno spessore nel "Ecce homo" e portare la carne della "deposizione" alla compattezza ed alla grana della pietra e del marmo.
Al contrario, nelle fotografia di scultura, ho cercato di trovare, scavando in camera oscura coi "chimici", l'uomo che ne è stato il modello. Dicendo queste cose non mi do nessun giudizio di riuscita nell'intento, ma comunque questa è stata la mia intenzione.

I luoghi e i temi a cui il suo lavoro si è interessato variano dal tetro, al museo, alla città, alle cliniche psichiatriche abbandonate, fino ad arrivare ad un intervento diretto sulla fotografia creando un unicum. Potremmo dire che in quasi tutti i progetti la realtà  fotografica viene mascherata, a volte con un codice metafisico a volte con echi surreali. Quale è quindi il suo approccio all’oggetto? Quali i suoi punti di riferimento?
Grande influenza su di me hanno avuto la passione per la metafisica in arte ed il surrealismo, vissuti quasi esclusivamente come lettore e frequentatore di mostre, ma forte è stata anche l'influenza della letteratura, la scoperta di scrittori straordinari legati al fantastico e non solo. Uno per tutti Borges, ma tanti altri. Il cinema anche: quanti films... Quando ero bambino avevo una nonna analfabeta, anarchica e cinefila, che, purché non vietati, me ne ha fatti vedere centinaia e centinaia... si andava al pomeriggio, alle 14.30!

Nel suo operare procede con una trama da svolgere precedentemente definita o ha bisogno di una scrittura diretta che cerca un contatto empatico con il luogo?
Un "progetto" è sempre all'origine del mio lavoro. Decido cosa fotografare perché vengo sollecitato da una lettura, un dipinto, non importa cosa. Si, a volte stabilisco un rapporto empatico con quanto fotografo, ma non così tanto... Il più forte l'ho avuto per il lavoro sul tema di "Una incerta follia". Ma non con l'archeologia, dove  sul  desiderio di vedere recuperato quanto è diroccato o frantumato prevale la fascinazione della rovina. Fotografo, interessato al sentimento delle rovine e non a quello di "mostrare per recuperare".
Aggiungo che, di fronte al soggetto da riprendere, da decontestualizzare e riproporre sulla carta, deciso quanto mi preme fotografare, è automatico per me "previsualizzare"... in effetti "vedo" veramente come sarà la fotografia nella sua messa in carta definitiva.

Che importanza possiede il documento all’interno del suo lavoro fotografico?
Documento o monumento? Cerco sempre di mantenere la verosimiglianza tra soggetto e la fotografia che faccio, non importa di quale genere. Ma do più spazio all'immaginazione, mi piace pensare che la fotografia è la distruzione del reale. Termino scrivendo che credo in una fotografia dove si debba più immaginare che vedere e che al tutto preferisco una sua parte. "Pars pro toto", insomma.

 

[Tutte le fotografie sono per Gentile Concessione di Vasco Ascolini ©Vasco Ascolini. Tutti i diritti riservati. ]
 
(Intervista a cura di Andrea Tinterri)

 

Segue la biografia e l'immenso elenco delle sue numerosissime esposizioni e collaborazioni.

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