Posted in Fotografia on Maggio 11, 2010 by Administrator
Massimo Siragusa è il nuovo tassello inserito in quella che sta diventando una mappatura della fotografia contemporanea. Un'eterogeneità in cui il colore si trasforma nel tempo assumendo significazioni precise; anche il soggetto cambia velocemente: i luoghi del divertimento e il sacro, l'abbandono industriale e quello sociale. Una realtà che lascia l'uomo spesso dietro le quinte restituendo un'apparizione d'oggetti e di spazi.
In che modo la sua personalità può e si deve confrontare con un’eventuale committenza? Io credo che ogni fotografo, in quanto autore, debba rispondere alle richieste della committenza partendo proprio dallo stile personale. Ciò non significa, però, fare quello che si vuole e come si vuole. Significa,invece, provare a capire e a rendere proprie le esigenze del cliente, interpretandole secondo il proprio stile. Oggi, poi, il fotografo non viene quasi mai scelto a caso, ma viene chiamato a svolgere un lavoro in funzione della propria sensibilità.
Per quale motivo predilige l’utilizzo del colore? E perché quel particolare colore? Come riesce ad ottenerlo a livello pratico? Ho cominciato da subito ad essere affascinato dalla magia del colore, dopo avere scoperto Ernest Haas e Alex Webb. Il mio modo di concepire l’uso del colore è mutato con il passare degli anni, così come sono cambiato io stesso. Da quasi cinque anni la mia ricerca si è concentrata sull’uso di colori pastello, chiari, quasi evanescenti. Li ottengo sovra esponendo in fase di scatto e poi bilanciando in post-produzione. È anche importante scegliere le ore giuste del giorno, ed evitare il controluce.
Quale importanza assume nel suo lavoro l’esempio di un maestro come Ghirri? Ghirri è stato un grande maestro, ancora oggi insuperato. La poesia, la delicatezza e l’armonia delle sue foto restano, per me, un punto di riferimento fisso.
In molti suoi lavori ad esempio “Solo in Italia” e “Roma”, per citarne alcuni, l’uomo compare solo se necessario a caratterizzare un’area, ma anche in questi casi ci appare sospeso, quasi rarefatto, forse metafisico, per quale motivo? Con il passare del tempo ho sentito sempre più il bisogno di concentrarmi sui luoghi, piuttosto che sulle persone. Questo perché credo nella forza e nell’importanza del luogo come protagonista, credo nella sua capacità di raccontare storie ed emozioni. Quando appare l’uomo è solo una comparsa che percorre lo spazio fugacemente, con un senso di precarietà. Analizzando i lavori “Bassi Napoli” e “Fondo Fucile” mi vengono in mente alcuni scatti di interni di Walker Evans, quelli per intenderci dell’Alabama degli anni trenta. In questi casi Evans parlava di “composizione inconsapevole” in quanto luoghi trovati e bloccati; condivide questa interpretazione? Quale è l’intervento del fotografo? Condivido in pieno questa interpretazione. Quando lavoro sugli interni è il luogo che mi guida, io mi limito a scattare. Non faccio nessun intervento. Pretendo, anzi, che tutto - oggetti, giornali, piatti… - resti esattamente come si trova. L’idea è di bloccare la realtà esattamente come appare in un determinato momento, senza alcuna influenza da parte del fotografo.
Vorrei ritornare al discorso sul colore e al lavoro “Fondo fucile”. Questo progetto indaga un’area italiana in cui si può con diritto parlare di favelas (luogo tra l’altro poco conosciuto al resto del paese), quindi il sua lavoro fotografico inevitabilmente assume un carattere d’inchiesta e di denuncia. Non crede che un uso esasperato del colore possa distanziare l’immagine dal reale? Quale era il suo obiettivo? Questa è una buona domanda… io sono consapevole di camminare sopra un filo sottilissimo, in bilico tra l’esigenza di raccontare e denunciare una situazione complessa e difficile, e la necessità assoluta - che sento molto forte - di farlo mantenendo una mia identità precisa. Io credo che il rapporto che ho instaurato con i proprietari e gli inquilini delle case che ho fotografato, il pieno rispetto delle loro esigenze e dei luoghi che ho visto, mi abbia posto al riparo da una possibile accusa di “spettacolarizzazione”. Ogni fotografo, d’altra parte, deve lavorare partendo dal proprio punto di vista e dalla propria poetica; sempre.
Spesso lavora su luoghi abbandonati, ricordiamo “Sleeping Sulphur” e “Via della lana”, crede che essi abbiano una propria intrinseca capacità narrativa? In che modo li affronta? Sono letteralmente affascinato dai luoghi abbandonati e dall’archeologia industriale. Per me è come fare un viaggio nella memoria alla ricerca di tracce, colori e odori. Ogni volta mi piace perdermi, girare all’interno di questi vecchi edifici, fare correre la fantasia, prendermi il tempo per poter pensare. Dopo ogni viaggio ritorno stanco ma rigenerato.  [In ordine di apparizione: foto n°1 tratta da "Leisure time", foto n°2 tratta da "Fondo Fucile", foto n°3 tratta da "Need for a Miracle". Tutte le fotografie sono per Gentile Concessione di Massimo Siragusa ©Massimo Siragusa. Tutti i diritti riservati. ]
(Intervista a cura di Andrea Tinterri) BIOGRAFIA Nato a Catania, Massimo Siragusa è rappresentato dall’agenzia Contrasto dal 1989. Le sue fotografie sono state pubblicate sulle più importanti riviste e giornali internazionali: NEW YORK TIMES MAGAZINE, TIME, NEWSWEEK, EL PAIS, DIE ZEIT, TRAVEL LEISURE, GEO, LE FIGARO MAGAZINE, THE NEWYORKER, MERIAN, “D”DI REPUBBLICA, MARIE CLAIRE, VANITY FAIR, IO DONNA, AND US NEWS. Inoltre ha firmato campagne pubblicitarie per LAVAZZA, IGP, KODAK, ENI, COMUNE DI ROMA, ATAC/ROMA, AEROPORTI DI MILANO, BAT ITALIA, REGIONE LOMBARDIA, ALFA ROMEO, BNL, PROVINCIA DI MILANO, TOYOTA, AUDITORIUM DI ROMA.
Tags: raccontare, identità, Italia, Luigi Ghirri, Massimo Siragusa, Alex Web, Ernest Haas, colore, contemporaneo, società, mondo, viaggi, fotografia, Arte, Racconto
Posted in Fotografia on Marzo 03, 2010 by Administrator
Per iniziare un viaggio all'interno delle altre arti che girano intorno alla Luna di Traverso, abbiamo intervistato Alessandro Gandolfi classe 1970, fotografo e giornalista free-lance che pubblica per importanti riviste tra cui "National Geographic Italia", "Touring Club," "Weekend& Viaggi", e case editrici come l'EDT, White Star e DeAgostini per le quali ha scritto guide turistiche e volumi fotografici. Dopo essersi laureato in filosofia presso l’Università di Parma, frequenta la scuola di giornalismo ad Urbino per due anni. Questa esperienza lo porta a lavorare come giornalista per "La Repubblica" prima a Milano e poi a Roma, per abbandonare il tutto e diventare free-lance nel 2001. Da questo momento il suo lavoro ha iniziato ad unire la scrittura al reportage fotografico e da questa considerazione iniziamo l’intervista. In cosa consiste a livello pratico il tuo lavoro di free-lance? Cosa succede in una tua giornata lavorativa? Quando sono in viaggio per realizzare un servizio vado sul luogo con già l’idea di cosa indagare, inizio a scattare ed eventualmente faccio qualche intervista. Per ora ho lavorato quasi sempre su commissione sia scrivendo il testo, sia scattando immagini; anche se capita che chiedano solamente materiale fotografico. Però il lavoro a volte lo cerco io, infatti il mio impiego casalingo, oltre alla sistemazione delle fotografie del reportage precedente e la sistemazione della pagina scritta, è anche quello della lettura dei giornali, scavare in internet e cercare soluzioni per un eventuale prossimo servizio. Nel 2007 inoltre io e altri tre colleghi abbiamo aperto a Milano un’agenzia fotografica, ParalleloZero (www.parallelozero.com); tra le altre cose che fa un’agenzia fotografica organizziamo anche corsi di fotografia legati al discorso del paesaggio e del reportage. Il mio futuro, quindi anche quello dell’agenzia, spero sia quello di riuscire a trovare luoghi che possano raccontare qualcosa, partire e raccogliere materiale per trovare riviste interessate alla pubblicazione, slegandoci dalla committenza il più possibile, anche perché ormai è diventato un mondo schizofrenico in cui le testate chiudono velocemente.
Hai avuto qualche influenza particolare a livello fotografico, qualche maestro a cui hai attinto? Non ho una formazione fotografica classica, ho sempre amato viaggiare e la fotografia è stata prima una conseguenza e successivamente la possibilità di unire questa propensione con un’attività lavorativa. Infatti fin da bambino sono stato abbonato al "National Geographic" e i mie modelli furono quegli stessi fotografi che lavorarono negli anni ’80 e ’90 su quelle pagine come ad esempio Joel Sartore. Non sono legato alla fotografia sociale in bianco e nero, io quasi sempre uso il colore mi interessa un rapporto geografico con il luogo rimanendo legato al reportage.
Hai un metodo consolidato d’approccio al luogo che devi fotografare? Il mio è un approccio giornalistico e questo significa avere un obiettivo preciso, quindi so già cosa devo fotografare, ma è naturale che nel lavoro del fotografo c’è molta casualità e spesso le foto più riuscite sono quelle non previste. Comunque resta un lavoro mirato sia che esso sia su commissione sia che esso parta da una mia iniziativa come nel caso di un servizio per "National Geographic" su Milano e l’acqua. Io devo sempre seguire un tema e devo concentrarmi su quello, è raro che debba interpretare un’intera città, è capitato, ma il mio lavoro quasi sempre consiste in altro.
Che rapporto intercorre tra autore e documento, ossia il tuo tentativo fotografico è quello di cogliere solo un documento o cerchi una tua fisionomia autoriale? Devo dire che io mi considero un fotogiornalista, non mi considero un artista, semplicemente quando scatto cerco un prodotto coerente con la storia, la mia foto deve quindi avere una valenza documentale. Anche se, naturalmente, fotografare per quotidiano è radicalmente diverso che fotografare per una rivista di viaggio sviluppata su un discorso per immagini: in questo caso la tua foto acquista una particolare dignità, diventa la struttura portante della pagina. Io scatto poco e ogni foto è indirizzata alla storia e in questo modo rimango giornalista anche durante le riprese. New York, Fotografia per Gentile Concessione di Alessandro Gandolfi ©Alessandro Gandolfi. Tutti i diritti riservati. Alessandro Gandolfi è nato a Parma nel 1970, si laurea in filosofia ed entra alla scuola di giornalismo di Urbino, al termine della quale diventa giornalista professionista. Ha lavorato come cronista per "La Repubblica", nelle redazioni a Milano e Roma, poi nel 2001 ha iniziato a dedicarsi da freelance al reportage fotogiornalistico collaborando con le maggiori testate italiane. Ha pubblicato fra l'altro A est di Hamilton Road (EDT, 2000), New England (White Star, 2004) e Irlanda (De Agostini, 2005). Le sue foto sono state esposte in mostre personali e collettive, fra le quali le ultime due organizzate dal "National Geographic Italia" a Roma (Madre Terra nel 2009 e Il Nostro Mondo nel 2010). Nel febbraio del 2010 al suo reportage sul sito archeologico di Hierapolis, in Turchia, è stato assegnato il Best Edit Award, il riconoscimento che la redazione centrale del "National Geographic" dà al miglior servizio uscito sulle edizioni locali della rivista americana. E' socio-fondatore dell'agenzia fotogiornalistica Parallelozero con sede a Milano (www.parallelozero.com). (Intervista a cura di Andrea Tinterri)
Tags: Letteratura, Racconto, Narrativa, fotografia, rivista, fotoreporter, reporter, viaggi, National Geographic, Touring Club, giornalista, turismo, mondo, natura, società
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