Posted in Cinema on Maggio 19, 2010 by Administrator
Un giovane che ha vissuto il dolore della guerra e la gioia del boom economico, un uomo che ha avuto il coraggio di rischiare per i propri i ideali e un grande autore che, anche da adulto, non smette mai di confrontarsi con il passato. «La mia generazione ha visto e vissuto cose che i giovani d'oggi neanche si immaginano - racconta Pupi Avati - quello che interessa, ora, è solo il presente».
Cosa è cambiato oggi da quando era giovane? Nel mio Dna, come in quello dei miei coetanei, c'è la guerra, la fame, la fatica del lavoro. Ma anche la felicità del boom economico e della Liberazione. Tutte esperienze che ci hanno dotato di uno sguardo più aperto, che ci spingeva ad intraprendere percorsi individuali, che magari potevano sembrare impossibili.
Un coraggio che oggi sembra assente. Il problema è che oggi si tende a condividere, a riconoscere qualcosa che accomuni. È quella che chiamano globalizzazione, o massificazione. Una cosa che mi spaventa: essere uno dei tanti, un numero.
 Vale lo stesso anche nell'arte e nel cinema? In un certo senso sì. Si cercano consensi per allargare i consumi, e poi c'è anche una produzione di pessimismo “tossico” che scoraggia i giovani nel pensare a se stessi con sguardo autonomo. Ed è anche colpa nostra, in un certo senso, che abbiamo cercato di deresponsabilizzare i nostri figli, mentre ognuno di noi è portatore di un talento, ogni persona è portatrice di un'identità che la responsabilizza. Diversamente da oggi, in cui i giovani sono visti come possibili acquirenti o consumatori, la mia generazione è cresciuta nell'indifferenza generale, stava a noi cercare una strada e un'identità.
Quello che manca dunque è uno sguardo sul passato? Sì, ma anche sul futuro. Oggi si pensa sempre al presente, a quello che conviene di più. È per questo che nel mio cinema e in quello che racconto c'è sempre la comparazione con il passato. Non solo ne Il papà di Giovanna, che racconta di un'epoca passata, ma anche nel lavoro successivo, Gli amici del bar Margherita, ambientato ai giorni nostri, è importante il valore di quello che è stato. I giovani di oggi invece ne sono privi, come anche della capacità di avventurarsi da soli in un'idea, di credere nella vita. Non c'è più l'ideale, il sogno è stato cancellato. Una volta si diceva “per sempre”. Le passioni, la musica, l'amore, erano “per sempre”, che è un avverbio che non esiste, ma che dicevamo con facilità, e che oggi, invece, nessuno usa più.
I libri di Pupi Avati, usciti per la Mondadori: librimondadori.it/pupiavati La sua biografia, uscita nel 2008 per Il Margine Editore: Sotto le stelle di un film L'ultimo film di Pupi Avati, Il figlio più piccolo, 2010
(Silvia Bia – “Informazione di Parma”, dicembre 2008)
Tags: futuro, presente, passato, scrittore, regista, sceneggiatore, Pupi Avati, raccontare, identità, Italia, contemporaneo, Uomo, società, cinema, storia, Arte, Racconto
Posted in Fotografia on Maggio 11, 2010 by Administrator
Massimo Siragusa è il nuovo tassello inserito in quella che sta diventando una mappatura della fotografia contemporanea. Un'eterogeneità in cui il colore si trasforma nel tempo assumendo significazioni precise; anche il soggetto cambia velocemente: i luoghi del divertimento e il sacro, l'abbandono industriale e quello sociale. Una realtà che lascia l'uomo spesso dietro le quinte restituendo un'apparizione d'oggetti e di spazi.
In che modo la sua personalità può e si deve confrontare con un’eventuale committenza? Io credo che ogni fotografo, in quanto autore, debba rispondere alle richieste della committenza partendo proprio dallo stile personale. Ciò non significa, però, fare quello che si vuole e come si vuole. Significa,invece, provare a capire e a rendere proprie le esigenze del cliente, interpretandole secondo il proprio stile. Oggi, poi, il fotografo non viene quasi mai scelto a caso, ma viene chiamato a svolgere un lavoro in funzione della propria sensibilità.
Per quale motivo predilige l’utilizzo del colore? E perché quel particolare colore? Come riesce ad ottenerlo a livello pratico? Ho cominciato da subito ad essere affascinato dalla magia del colore, dopo avere scoperto Ernest Haas e Alex Webb. Il mio modo di concepire l’uso del colore è mutato con il passare degli anni, così come sono cambiato io stesso. Da quasi cinque anni la mia ricerca si è concentrata sull’uso di colori pastello, chiari, quasi evanescenti. Li ottengo sovra esponendo in fase di scatto e poi bilanciando in post-produzione. È anche importante scegliere le ore giuste del giorno, ed evitare il controluce.
Quale importanza assume nel suo lavoro l’esempio di un maestro come Ghirri? Ghirri è stato un grande maestro, ancora oggi insuperato. La poesia, la delicatezza e l’armonia delle sue foto restano, per me, un punto di riferimento fisso.
In molti suoi lavori ad esempio “Solo in Italia” e “Roma”, per citarne alcuni, l’uomo compare solo se necessario a caratterizzare un’area, ma anche in questi casi ci appare sospeso, quasi rarefatto, forse metafisico, per quale motivo? Con il passare del tempo ho sentito sempre più il bisogno di concentrarmi sui luoghi, piuttosto che sulle persone. Questo perché credo nella forza e nell’importanza del luogo come protagonista, credo nella sua capacità di raccontare storie ed emozioni. Quando appare l’uomo è solo una comparsa che percorre lo spazio fugacemente, con un senso di precarietà. Analizzando i lavori “Bassi Napoli” e “Fondo Fucile” mi vengono in mente alcuni scatti di interni di Walker Evans, quelli per intenderci dell’Alabama degli anni trenta. In questi casi Evans parlava di “composizione inconsapevole” in quanto luoghi trovati e bloccati; condivide questa interpretazione? Quale è l’intervento del fotografo? Condivido in pieno questa interpretazione. Quando lavoro sugli interni è il luogo che mi guida, io mi limito a scattare. Non faccio nessun intervento. Pretendo, anzi, che tutto - oggetti, giornali, piatti… - resti esattamente come si trova. L’idea è di bloccare la realtà esattamente come appare in un determinato momento, senza alcuna influenza da parte del fotografo.
Vorrei ritornare al discorso sul colore e al lavoro “Fondo fucile”. Questo progetto indaga un’area italiana in cui si può con diritto parlare di favelas (luogo tra l’altro poco conosciuto al resto del paese), quindi il sua lavoro fotografico inevitabilmente assume un carattere d’inchiesta e di denuncia. Non crede che un uso esasperato del colore possa distanziare l’immagine dal reale? Quale era il suo obiettivo? Questa è una buona domanda… io sono consapevole di camminare sopra un filo sottilissimo, in bilico tra l’esigenza di raccontare e denunciare una situazione complessa e difficile, e la necessità assoluta - che sento molto forte - di farlo mantenendo una mia identità precisa. Io credo che il rapporto che ho instaurato con i proprietari e gli inquilini delle case che ho fotografato, il pieno rispetto delle loro esigenze e dei luoghi che ho visto, mi abbia posto al riparo da una possibile accusa di “spettacolarizzazione”. Ogni fotografo, d’altra parte, deve lavorare partendo dal proprio punto di vista e dalla propria poetica; sempre.
Spesso lavora su luoghi abbandonati, ricordiamo “Sleeping Sulphur” e “Via della lana”, crede che essi abbiano una propria intrinseca capacità narrativa? In che modo li affronta? Sono letteralmente affascinato dai luoghi abbandonati e dall’archeologia industriale. Per me è come fare un viaggio nella memoria alla ricerca di tracce, colori e odori. Ogni volta mi piace perdermi, girare all’interno di questi vecchi edifici, fare correre la fantasia, prendermi il tempo per poter pensare. Dopo ogni viaggio ritorno stanco ma rigenerato.  [In ordine di apparizione: foto n°1 tratta da "Leisure time", foto n°2 tratta da "Fondo Fucile", foto n°3 tratta da "Need for a Miracle". Tutte le fotografie sono per Gentile Concessione di Massimo Siragusa ©Massimo Siragusa. Tutti i diritti riservati. ]
(Intervista a cura di Andrea Tinterri) BIOGRAFIA Nato a Catania, Massimo Siragusa è rappresentato dall’agenzia Contrasto dal 1989. Le sue fotografie sono state pubblicate sulle più importanti riviste e giornali internazionali: NEW YORK TIMES MAGAZINE, TIME, NEWSWEEK, EL PAIS, DIE ZEIT, TRAVEL LEISURE, GEO, LE FIGARO MAGAZINE, THE NEWYORKER, MERIAN, “D”DI REPUBBLICA, MARIE CLAIRE, VANITY FAIR, IO DONNA, AND US NEWS. Inoltre ha firmato campagne pubblicitarie per LAVAZZA, IGP, KODAK, ENI, COMUNE DI ROMA, ATAC/ROMA, AEROPORTI DI MILANO, BAT ITALIA, REGIONE LOMBARDIA, ALFA ROMEO, BNL, PROVINCIA DI MILANO, TOYOTA, AUDITORIUM DI ROMA.
Tags: raccontare, identità, Italia, Luigi Ghirri, Massimo Siragusa, Alex Web, Ernest Haas, colore, contemporaneo, società, mondo, viaggi, fotografia, Arte, Racconto
Posted in Cinema on Aprile 28, 2010 by Administrator
 Una notizia da una rivista amica della Luna! Sta per uscire il nuovo numero (5°) della rivista cinematografica Moviement (Gemma Lanzo Editore) dedicata al grande Tarantino. Dopo il successo del n°4 dedicato agli Horror made in Italy, la collana Moviement dedica il nuovo numero in uscita a maggio al grande Quentin Tarantino. Regista, attore, sceneggiatore, produttore, sponsor convinto di un’idea di cinema capace di coniugare “alto” e “basso”, i film di Godard con quelli di Lucio Fulci, Quentin Tarantino è forse l’unico e autentico total film-maker degli ultimi due decenni. Basterebbe sgranare la lista dei suoi film, da Le Iene (1992) a Bastardi senza gloria (2009), per comprendere quanto la cifra stilistica tarantiniana abbia influenzato enormemente il gusto spettatoriale delle nuove generazioni. Se Pulp Fiction (1994) ha contrassegnato buona parte dell’estetica cinematografica (e non solo) degli anni novanta, lo stesso si può dire di Kill Bill (Volume I e 2, 2003, 2004), straordinario esempio di reinvenzione cinematografica nel riciclare in una perfetta sintesi “autoriale” le cosiddette “pratiche basse” del cinema e della cultura popolare. Il quinto numero di Moviement cercherà di fare il punto sul fenomeno Tarantino e sulla sua arte attraverso i contributi di autorevoli studiosi italiani e stranieri che non hanno esitato a confrontarsi con un vero e proprio oggetto di culto. Non perdetevela!
Moviement n°5 – Quentin Tarantino A cura di Gemma Lanzo e Costanzo Antermite
Formato: 21 x 29,7 Pagine: 96 Prezzo: 12 euro ISBN: 978.88.904002.4.7 Uscita: Maggio 2010 Editore: Gemma Lanzo Editore, Manduria (Ta)
Gemma Lanzo Editore è una nuova casa editrice specializzata in critica cinematografica. Nasce nel 2008 a Manduria, una ridente cittadina in provincia di Taranto, terra del buon vino, in particolar modo del primitivo. Gemma Lanzo Editore, nata dalle menti di Costanzo Antermite e Gemma Lanzo, due critici e studiosi di cinema, si propone subito come casa editrice specializzata in cultura cinematografica dando il via ad una collana denominata Moviement (www.moviementmagazine.com) che si differenzia dalle altre pubblicazioni sia dal punto di vista estetico (formato quaderno, copertine monocolore) sia - soprattutto - per un particolare approccio alla critica cinematografica. Con un inizio folgorante direi: la prima monografia pubblicata sotto questa etichetta è dedicata al grande e inimitabile regista - sceneggiatore, musicista, pittore - David Lynch, autore di capolavori del cinema quali The Elephant Man (1980), Velluto blu (1986), Una storia vera (1999), Mulholland Drive (2001), oltre alla serie televisiva I segreti di Twin Peaks (1990-1991). Il libro è composto da una serie di saggi, articoli ed interviste su i vari aspetti che caretterizzano la produzione dell'eclettico regista di Missoula, oltre ad un ricca galleria di fotografie in bianco e nero. Non perdetevi questo numero, dunque! I libri della Gemma Lanzo Editore sono distribuiti da NdA (www.ndanet.it). Su internet lo potete trovare su www.moviementmagazine.com e sul loro interessantissimo blog gemmalanzoeditore.blogspot.com e pure su Myspace www.myspace.com/kinemazineAncora Stay connected :-)
Posted in Fotografia on Aprile 03, 2010 by Administrator
Proseguendo il percorso all’interno delle diverse problematiche della fotografia abbiamo intervistato Vasco Ascolini, un famoso fotografo attivo fin dagli anni Sessanta nel panorama artistico italiano. In questo caso abbiamo cercato d’affrontare un discorso che potesse interessare sia l’aspetto narrativo sotteso al suo lavoro, sia aspetti propriamente tecnici come la stampa che spesso diventa linguaggio e interpretazione di poetica. I suoi progetti spaziano dalla fotografia di teatro alla scultura, dalla città ad interventi diretti sul supporto sensibile; apertura che rispecchia anche l’area geografica interessandosi sia all’Italia sia, in particolare, ai luoghi della cultura francese.
Ogni fotografia ha una propria unità narrativa o funziona da tassello per un lavoro più ampio? Le due. Penso che si, ogni fotografia abbia una sua unità narrativa, anche se la mia preferenza non va all'immagine singola ma al progetto che presuppone una sequenza... anche se una immagine singola può, spesso, essere letta come una sequenza.
Uno dei segni più evidenti che caratterizzano le sue immagini è il “colore”, ossia l’accesa interpretazione dei bianchi e dei neri. La fase della stampa la cura lei direttamente? Si, in camera oscura, lavorando io in analogico. Cerco di avere una serie di fotogrammi negativi del "soggetto" che ho ripreso. Normalmente in un rullo di 36 pose ho al massimo 6 diversi soggetti il che vuol dire che, generalmente, per ognuno ho utilizzato 6 fotogrammi.; variando non il punto di ripresa, scelto, che non modifico, ma sovra esponendo e sotto esponendo e lavorando sul rapporto diaframma/tempo di esposizione. Ma già il negativo, esposto, alterando la sua sensibilità e sviluppato con certi chimici insieme a tante altre operazioni, è predisposto a "quei bianchi e a quei neri" della domanda dell'intervista. Infatti non penso che la camera oscura debba essere luogo di sofferenza e che un risultato riuscito sia frutto di "difficoltà" e, quindi, avere un negativo particolarmente predisposto semplifica le cose. Dov’è che possiamo ritrovare l’uomo nella sua fotografia? Qual è la presenza che lo testimonia? Nella fotografia di Teatro, naturalmente, parte importantissima del mio percorso fotografico e che ho frequentato per circa 20 anni. L'uomo è lì, spesso e volutamente "reso" statua da tutta una serie di possibilità date dall'interagire con la macchina fotografica. Infatti Vilém Flusser scrive: " La domanda che la critica fotografica deve porre alla fotografia è quindi la seguente : in che misura il fotografo è riuscito a sottomettere il programma dell'apparecchio alla propria intenzione e grazie a quale metodo? E viceversa: in che misura l'apparecchio è riuscito a deviare l'intenzione del fotografo a favore del programma della macchina, e grazie a quale metodo? Sulla base di questo criterio, la "migliore" fotografia sarà quella in cui l'intenzione umana del fotografo ha sconfitto il programma dell'apparecchio, quella cioè in cui il fotografo ha sottomesso l'apparecchio all'intenzione umana". Poi viene la camera oscura, dove, per quanto mi riguarda faccio il 60% di quello che sarà il risultato finale della messa in carta. Meno evidente, ma fortemenente sottesa (naturalmente nelle mie intenzioni...), è la presenza umana in quella che è la mia fotografia interessata alla scultura, ai beni museali, ad un certo modo di fotografare l'architettura... l'archeologia. La statuaria è l'uomo, l'umanità... Mi permetto di citare Ernst H.Gombrich, che sul mio "fare fotografia" ha scritto un articolo in un catalogo, quando dice che le mie fotografie, come le pitture della metafisica alludono a "misteriosi scenari e luci inquietanti". Questi scenari e queste luci diventano tali perché a viverle in quel modo, è l'uomo, che non appare direttamente, ma che ha creato, con il suo immaginario e la sua presenza nascosta, queste atmosfere. L'uomo è presente con la sua assenza. 
Quali differenze intercorrono tra il ritrarre un’opera scultorea e ritrarre un uomo in movimento all’interno di un palcoscenico? Il metodo interpretativo può essere lo stesso? I mie modelli culturali sono all'interno della storia dell'arte, pittura, scultura archeologia... e ancora letteratura, etc. All'inizio del periodo della fotografia di teatro, fatte le immagini per l'archivio del teatro stesso nelle due prime serate della rappresentazione, con quanto mi era richiesto fosse visibile e leggibile in esse, la terza era per me, per una mia lettura. E per me scelsi l'uomo, l'attore, il mimo, il danzatore. Sempre preparandomi prima, per sapere cosa avrei visto ed ascoltato. Conoscenza, ma anche spazio a l'hasard tanto caro ai surrealisti e grande valore aggiunto se riconosciuto ed utilizzato. Per rispondere: penso che uno dei miei Marcel Marceau sia un "Ecce homo". Penso anche che Marcel Marceau stesso abbia avuto come modello uno dei tanti straordinari "Ecce homo" della storia della pittura ed abbia ancora guardato alla pittura e alla scultura in un altro Marcel Marceau che ho fotografo, dove appare come un frammento di una "deposizione". Da parte mia ho spinto sulla materia d'argento fino a darle uno spessore nel "Ecce homo" e portare la carne della "deposizione" alla compattezza ed alla grana della pietra e del marmo. Al contrario, nelle fotografia di scultura, ho cercato di trovare, scavando in camera oscura coi "chimici", l'uomo che ne è stato il modello. Dicendo queste cose non mi do nessun giudizio di riuscita nell'intento, ma comunque questa è stata la mia intenzione.
I luoghi e i temi a cui il suo lavoro si è interessato variano dal tetro, al museo, alla città, alle cliniche psichiatriche abbandonate, fino ad arrivare ad un intervento diretto sulla fotografia creando un unicum. Potremmo dire che in quasi tutti i progetti la realtà fotografica viene mascherata, a volte con un codice metafisico a volte con echi surreali. Quale è quindi il suo approccio all’oggetto? Quali i suoi punti di riferimento? Grande influenza su di me hanno avuto la passione per la metafisica in arte ed il surrealismo, vissuti quasi esclusivamente come lettore e frequentatore di mostre, ma forte è stata anche l'influenza della letteratura, la scoperta di scrittori straordinari legati al fantastico e non solo. Uno per tutti Borges, ma tanti altri. Il cinema anche: quanti films... Quando ero bambino avevo una nonna analfabeta, anarchica e cinefila, che, purché non vietati, me ne ha fatti vedere centinaia e centinaia... si andava al pomeriggio, alle 14.30! Nel suo operare procede con una trama da svolgere precedentemente definita o ha bisogno di una scrittura diretta che cerca un contatto empatico con il luogo? Un "progetto" è sempre all'origine del mio lavoro. Decido cosa fotografare perché vengo sollecitato da una lettura, un dipinto, non importa cosa. Si, a volte stabilisco un rapporto empatico con quanto fotografo, ma non così tanto... Il più forte l'ho avuto per il lavoro sul tema di "Una incerta follia". Ma non con l'archeologia, dove sul desiderio di vedere recuperato quanto è diroccato o frantumato prevale la fascinazione della rovina. Fotografo, interessato al sentimento delle rovine e non a quello di "mostrare per recuperare". Aggiungo che, di fronte al soggetto da riprendere, da decontestualizzare e riproporre sulla carta, deciso quanto mi preme fotografare, è automatico per me "previsualizzare"... in effetti "vedo" veramente come sarà la fotografia nella sua messa in carta definitiva.
Che importanza possiede il documento all’interno del suo lavoro fotografico? Documento o monumento? Cerco sempre di mantenere la verosimiglianza tra soggetto e la fotografia che faccio, non importa di quale genere. Ma do più spazio all'immaginazione, mi piace pensare che la fotografia è la distruzione del reale. Termino scrivendo che credo in una fotografia dove si debba più immaginare che vedere e che al tutto preferisco una sua parte. "Pars pro toto", insomma.  [Tutte le fotografie sono per Gentile Concessione di Vasco Ascolini ©Vasco Ascolini. Tutti i diritti riservati. ]
(Intervista a cura di Andrea Tinterri) Segue la biografia e l'immenso elenco delle sue numerosissime esposizioni e collaborazioni.
Tags: Uomo, Nero, Bianco, Mimo, Monumenti, Beni Culturali, Archeologia, Scultura, teatro, natura, fotografia, storia, Arte, Racconto, antropologia
Posted in Fotografia on Marzo 25, 2010 by Administrator
Che cos'è la fotografia nell'opera di Sandy Skoglund? Abbiamo iniziato con questa domanda l'intervista all'artista/fotografa americana che ricostruendo artigianalmente luoghi fittizi cerca nella fotografia un fissaggio d'una memoria forse primordiale. Anche se osservando i suoi progetti potrebbe sembrare alquanto strano, abbiamo cercato d'interrogarci sulla specificità del mezzo fotografico confrontandolo con la sua stessa storia.Che cos’è la fotografia nel suo lavoro?La fotografia è una testimonianza. La fotografia è il riflesso dell’esistenza di qualcosa. Anche se i materiali e la sostanza di un soggetto non sono normali, rimane comunque la testimonianza dell’esistenza di quella sostanza in un particolare momento nel tempo. Personalmente la uso per catturare un incidente pianificato, ossia, cerco di creare ambienti che vengono disturbati dalla presenza dell’essere umano.Perché rifiuta di usare manipolazioni digitali per i suoi lavori (come ad esempio Photoshop)? Quindi quale è il valore dell’artigianalità nel suo lavoro?Non faccio ampio uso della manipolazione digitale perché trovo molto più divertente costruire cose e giocare con materiali insoliti. Quando inizio un lavoro, non so come verrà la fotografia, ne ho solo una vaga idea. Se costruissi il mio lavoro servendomi interamente di mezzi digitali, allora il risultato finale dovrebbe essere più definito nella mia mente. Inoltre, ritengo che vi sarebbe una leggera differenza nel sentimento finale del lavoro, specie per quanto riguarda le persone reali che entrano nell’arificialità delle mie costruzioni. D’altra parte amo la fotografia digitale quando posso usarla per far sembrare le mie foto più vicine alla mia idea iniziale di colori e grana. Non sono per niente contro la fotografia digitale.L’ambiguità delle sue opere, ossia la difficoltà di capire se ciò che è inquadrato sia fisicamente reale, si può mettere in relazione con la stessa storia del mezzo fotografico? Con la stessa ambiguità che la fotografia porta con se tra documento e interpretazione?Sì, credo che l’ambiguità tra testimonianza e interpretazione nelle mie fotografie possa essere messa in relazione con la storia della fotografia. Ma poiché la fotografia può storicamente essere messa in relazione con la pittura, credo anche che si potrebbe dire che la fotografia svolga per il pubblico contemporaneo il ruolo che la pittura ha svolto per quello del secolo precedente. Vale a dire che la fotografia viene usata nella nostra cultura per creare immagini atte a consolidare le nostre convinzioni e a creare uno specchio di noi stessi. Alcuni vedono la fotografia come una finestra, altri come uno specchio. 
Fox Games (1986-1991) | 
The Green House (1986-1991) |
Perché usare oggetti per descriverne altri come ad esempio nell'opera "Raining popcorn" e in "Fresh hybrid" ? È un tentativo di confondere l’osservatore e disorientarlo?Io vedo gli oggetti non come tali, ma come delle possibilità. In questo modo, nel caso di “Raining Popocorn”, l’uso dell’oggetto è un ossimoro, ossia, è una contraddizione con l’aggiunta di poesia. Come “il suono di un applauso con una mano sola”. Non è una frase sensata, eppure stimola la mente a pensare in modi nuovi, come un terzo occhio.Ogni sua opera porta con se una simbologia? Quale è il retroterra culturale del suo lavoro?La simbologia e il background culturale delle mie opere è americana, dal momento che quella è la cultura che io conosco. Trovo che sia una cultura di contraddizioni e anche aggressiva. Perciò, le immagini che creo hanno forse queste caratteristiche. 
Cats in Paris (1992-1995) | 
Babies at Paradise Pond (1996-2003) |
Sandy Skoglund nasce a Weymouth, Massachusetts, nel 1946. Studia arte e storia dell’arte allo Smith College di Northampton, Massachusetts, dal 1964 al 1968. Frequenta una scuola di specializzazione all’Università dello Iowa nel 1969, dove studia regia, intaglio printmaking e arti multimediali, ricevendo il suo MA nel 1971 e il suo MFA in pittura nel 1972. Si trasferisce a New York nel giugno del ’72, dove comincia a lavorare come artista concettuale, occupandosi di una produzione artistica ripetitiva, orientata verso un processo fotomeccanico ottenuto attraverso la tecnica del mark-making e della fotocopia. Alla fine degli anni Settanta il desiderio di Sandy di documentare idee concettuali la porta a diventare una fotografa autodidatta. Questo sviluppato interesse per la tecnica fotografica si fonde con il suo interesse per la cultura popolare e per la pittura commerciale dando vita a strategie che portano alle opere per cui è famosa oggi. Insegna fotografia, fotografia digitale, e altre forme d’arte all’Università di Rutgers (Newark) dal 1976. 
Squirrels at the Drive-In (1996-2003) |
All images for Courtesy of Sandy Skoglund © Sandy Skoglund |
E se fate in fretta la potrete vedere ancora per qualche giorno, fino al 6 aprile 2010 a Brescia alla Galleria PaciArte Contemporary (Via Trieste 48, Brescia) in una mostra: Sandy Skoglund/Focus on Early Works: www.paciarte.com (Intervista a cura di Andrea Tinterri, traduzione a cura di Roberta Gatti)
Posted in Letteratura on Marzo 17, 2010 by Administrator
Ci sono città che sembrano fatte apposta per gli scrittori: Pino Roveredo è nato il 16 ottobre 1954 a Trieste, quando ancora Saba saliva con fatica su di un’erta popolosa in principio, là deserta, e Claudio Magris si candidava a diventare uno dei massimi germanisti del secolo. E’ stato proprio quest’ultimo, d’altronde, a consegnare Pino Roveredo alle dovute attenzioni di critica e pubblico, dopo il suo esordio con “Capriole in salita” nel 1996. Vogliamo scusarci con l’autore, se d’ora in avanti useremo il suo nome come esempio nei nostri concorsi. Per noi della “Luna di traverso”, che tanto "angustiamo" la fantasia dei nostri giovani scrittori nel breve spazio di 5 mila battute, le sue opere sono la prova vivente che non è necessario affogare le proprie idee dentro a milioni di parole. Nelle opere di Roveredo anche i motivi più tragici come la solitudine, la follia, l’ossessione, sono spogliati di ogni orpello e di ogni aggettivo di troppo. Basta davvero poco, perché le disgrazie più terribili si avverino: il racconto breve si fa portavoce di questa “legge” e arriva alle sue conseguenze senza indugiare nelle commiserazioni. Dopo aver vinto il premio Campiello nel 2005 con la raccolta di racconti “Mandami a dire”, Roveredo ha continuato con la sua attività di operatore di strada in aiuto alle persone più disagiate. Il suo lavoro di scrittore è il riflesso della sua attività quotidiana a sostegno degli emarginati, seguendo il grande insegnamento di Franco Basaglia, più volte disatteso dalle amministrazioni pubbliche.
La tua città d’origine è Trieste, la stessa di Svevo, Saba, e del tuo estimatore Magris. Ma cosa c’è di così speciale in questa città? Sono stato spesso paragonato a questi autori, e ho sempre voluto ricordare una differenza fondamentale: costoro rappresentano il “petto” della città, sono autori di prim’ordine, mentre io racconto la “schiena” di Trieste, la sua fatica e le sue difficoltà. La tradizione la considera come una città di frontiera, ma questo è solo lo sguardo di chi viene da lontano. Anni fa è stato compiuto uno studio, commissionato da un certo movimento politico, alla ricerca di triestini senza ascendenze straniere nelle ultime cinque generazioni. Non riuscendo a scovarli, hanno ridotto il campo a quattro generazioni, poi a tre, poi a due.. Niente: per noi che venga dall’Italia o dalla Slovenia, una persona è sempre della nostra stessa patria.
Quando nasce il Pino Roveredo scrittore? E’ da trent’anni che scrivo per piacere, la mia prima intenzione non era quella di pubblicare. Dopo la mia nascita ho vissuto a lungo con i miei genitori sordomuti, e con loro ho imparato il silenzio prima del rumore; la mia vita con loro mi ha ispirato una scrittura sospesa nell’aria, leggera. Non ho mai smesso di comporre storie, nel silenzio o nella parola scritta.
A che cosa serve la scrittura? Un rifugio, un’ancora di salvezza... La scrittura è uno specchio della libertà umana, e questa non è un affare strettamente privato, personale. Svolgo costantemente l’attività di operatore di strada, e in questa esperienza non c’è niente come gli spettacoli e incontri culturali che diano benessere alle persone disagiate. Da oltre 12 anni la mia compagnia del “Piccolo teatro instabile” porta sul palcoscenico le storie della strada e dei suoi ragazzi. Mi occupo anche testi per il teatro professionale, e per il 2011 è previsto un mio spettacolo al Piccolo di Milano
Le possibilità di scrittura offerte da Internet possono fare emergere più facilmente realtà difficili, “scomode”, ignorate dall’editoria ufficiale? Internet è uno dei più importanti canali per la diffusione e la promozione dei nuovi scrittori, ma è necessario che il loro lavoro provenga da una effettiva necessità di raccontare. Non si può descrivere una carezza se prima non si è ricevuto uno schiaffo.
Come è cambiata la tua vita dopo il Premio Campiello vinto nel 2005? La fama che questo premio porta con sé mi ha permesso di girare l’Italia, per parlare di libri e per visitare liberamente le carceri e i luoghi dove si rifugiano gli ultimi in classifica. Per continuare a raccogliere le loro storie, e a comprendere il loro mondo dentro di mé. Tra gli effetti, se si può dire così, “negativi” del premio, l’abbaglio che molte persone hanno preso quando hanno visto in me un esperto del mondo delle Lettere. Purtroppo, le mie scuole sono state altre e la cultura in cui credo non è una cultura di élite, da salotto, ma una cultura marcatamente popolare.
Eppure la tua scrittura ricorda per certi versi la prosa d’arte raffinata del primo Novecento.. Sicuro di non aver qualche maestro di stile? Il primo libro intero che ho letto è stato Cronache di poveri amanti di Vasco Pratolini, in carcere. Il secondo libro è stato Se questo è un uomo, regalatomi da un detenuto che si premurò di notare come io mancassi della “stoffa da delinquente”. Nella mia vita di lettore hanno contato molto anche Dostevskij, Simenon e, ovviamente, Claudio Magris.
Meglio il passo corto o il passo lungo? Racconti o romanzo? Sono uno scrittore un po’ anomalo, prova ne è che il testo valutato dalla giuria del Campiello è una raccolta di racconti, Mandami a dire. A lungo ho preferito questa forma, più sintetica, più intensa, capace di fissare subito le emozioni che sentivo nel corpo. Negli ultimi tempi mi sono permesso qualche avventura nel romanzo: è il caso di Attenti alle rose, Cara creatura, tra l’altro adottato da diverse scuole italiane come libro di testo, e del prossimo libro, La melodia del corvo.
Quali sono le qualità più importanti per un aspirante scrittore? Deve avere capacità di ascolto e una grande umiltà. La nostra è una professione da “autisti delle parole”, la scrittura deve restare a contatto con la realtà circostante. Se mi firmassero un assegno in bianco in cambio di un racconto sul carnevale di Rio, non esiterei a stracciare l’assegno: come posso raccontare qualcosa che non ho mai lontanamente vissuto?
Il tuo racconto “Mandami a dire” si ricollega immediatamente alla grande esperienza del medico Basaglia, recentemente tradotta in un documentario per la Rai. Hai avuto modo di conoscerlo? Ho incontrato Basaglia durante la mia esperienza nell’ospedale psichiatrico, cominciata quando non avevo ancora compiuto 18 anni. Alla prima occhiata, lo scambiai per uno dei malati, in quanto era l’unico dei “professori” a non portare il camice. Credo che al giorno d’oggi la sua rivoluzione sia arrivata a un punto morto. Basaglia aveva previsto esattamente le situazioni di disagio alle quali i ricoverati sarebbero andati incontro dopo la chiusura dei manicomi, ma ci fu chi lo rassicurò del contrario, dell’avvio di politiche integrative efficaci per i pazienti ritornati alle loro famiglie. Promesse che sono state disattese.  (Intervista a cura di Jacopo Franchi)
Posted in Arte on Gennaio 09, 2010 by Administrator
Qualche giorno fa ci è arrivata questa comunicazione che prontamente trasmettiamo: una dei tanti amici della Luna sta per inaugurare una mostra per cui eccoci qua a farne passaparola. Beatrice Poggio, illustratrice, pittrice e quant'altro (nella Luna di Traverso n°23 "Fughe" è pubblicata una sua illustrazione) inaugura la mostra collettiva Cronocyborg lunedì 11 Gennaio alle ore 18.00 presso la Sala Spazio IX, via Marco Sala 83/85R, a Nervi (Genova). Let's go! www.beatricepoggio.coml www.artimetrica.com  Beatrice Poggio è nata a Genova e studia al Liceo Artistico Sperimentale “Paul Klee” della sua città. Si perfeziona alla Scuola Professionale di Fotografia “F:64” di Firenze e inizia a lavorare come fotografa di moda a Firenze, Milano e Parigi. Nel 1997 inizia la sua carriera artistica come pittrice, illustratrice e insegnante di arte e creatività in vari paesi europei (Irlanda, Gran Bretagna, Francia, Spagna). Dal 2002 vive ad Ibiza ed alterna periodi di vita sull'isola a viaggi all'estero per esporre e far circolare il suo lavoro. Il viaggio è un tema importante che influenza l'opera dell'artista: viaggio come contatto con nuove culture e come ricerca di ispirazione e viaggio emozionale, verso se stessa, per esplorare l'universo umano. L'opera di Beatrice Poggio parla direttamente al subcosciente, attraverso l'uso di simboli riconoscibili e di temi universali come la natura, il divino, il tempo, il femminile e il mondo onirico. Le tecniche utilizzate dall'artista sono varie: china, acrilico, collage, penna, si fondono per dar vita a immagini su diversi supporti come la carta, la tela, il legno e i mobili.
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